TESTO E FOTO DI

Paolo Del Mela

La corse...du Nord



Bella, selvaggia, impudente anche geograficamente, con quel dito indice sollevato a nord verso la Francia a sottolineare, se mai ce ne fosse bisogno, che i corsi sono corsi e non francesi. Il paesaggio è aspro, a prima vista anche arido, è un’enorme spina dorsale rocciosa che scende dagli oltre mille metri dirupata, quasi a picco sul mare. Ma nelle forre e nelle piccole valli che si diramano giù dalle montagne spuntano boschi fitti di castagni in quota e, più in basso, di lecci che contendono il terreno ad una fitta macchia mediterranea che, in primavera, si colora di mille fragranze. Ho avuto la fortuna di soggiornare più volte, per le ferie estive, nella zona di Farinole, un’esperienza unica. Il primo anno trovammo un alloggio in un piccolo paese costruito su uno spuntone di roccia che dominava il golfo di St. Florent, a circa 400 mt. slm. dal nome esilarante “Sparagagghiu”. Vi si accedeva da una strada in ripida salita, dove la vegetazione ti avvolgeva subito ed una frescura profumata ti faceva capire perché i corsi continuavano ad abitare frazioni di non facile accesso somiglianti più ad un nido d’aquila. Il primo contatto con i locali non fu semplice: per avere la chiave di casa dovemmo convincere una diffidente signora, che ci squadrò da cima a fondo, prima di capire che eravamo gli amici di Denis, il padrone di casa. Continuò ad osservare il nostro piccolo trasloco da dietro un’imposta semi socchiusa e non riuscimmo mai a sapere che cosa, ad un certo punto, l’avesse tranquillizzata. A sera assistemmo attoniti dalla finestra ad una scazzottata nel cortile della casa di fronte senza capire né il motivo, né una parola di quello che si erano detti i due contendenti.

 

L’unica cosa certa è che se le erano date di santa ragione. Il mattino dopo, interpellato l’amico Antonio che era nativo di lì, scoprimmo che era meglio non farci caso, perché era usanza locale regolare i conti per le spicce. Raggiungevamo al mattino la spiaggia di Farinole in auto, una delle tante, semi deserta con acqua cristallina ma, alla sera, quando tornavamo su per cena e il golfo si faceva placido e scuro, dopo il tramonto del sole, da quel nido d’aquila ci pervenivano i rumori del bosco sottostante: gufi, civette, chiurli che rivelavano un ambiente pieno di vita e che ascoltavamo poi dal letto affascinati finchè Morfeo non ci accoglieva tra le sue braccia. Il concerto terminava all’alba quando un asino, puntuale come un orologio, provvedeva a somministrarci, con sonore ragliate, una sveglia un po’ rude. Poi a forza di “bon jour” al mattino, mentre comperavamo il pane da un ambulante, entrammo in sintonia con i paesani e scoprimmo con piacere di essere stati accettati. Esplorammo subito i dintorni che sono ricchi di storia e di curiosità naturali, un romitorio di epoca non definibile costruito in pietra grezza e senza il tetto sovrasta la frazione, mentre più a nord esiste un vecchio monastero semi diroccato, costruito in riva al mare, al quale si accede per un ripido sentiero.

 

All’interno, tra le rovine, si possono ancora ammirare antichi affreschi in parte corrosi dalla salsedine, mentre il pensiero corre indietro nel tempo ad immaginare cruenti assalti di Saraceni. Poco più avanti la litoranea prosegue scavata nella roccia, nera come lavagna, regalandoci insenature fantastiche. Si arriva quindi al paese di Nonza che ci sorprende per la sua edificazione su una roccia che sovrasta con uno strapiombo una lunga spiaggia nera, ben quattrocento metri più in basso. Una visione infernale e insieme mozzafiato. In quel luogo c’era sempre un gran via vai di turisti a fotografare, a comperare cartoline ricordo, mentre i corsi, quelli veri, li vedevi seduti un po’ sbracati attorno ad un tavolino che, indifferenti a tutto quel via vai, si sorbivano il classico Pastis giocando a carte. Un giorno Antonio mi propose di andare a fare il bagno alla sorgente ed io accettai di buon grado l’invito chiedendomi dove fosse mai un luogo con tanta acqua dolce da poter fare il bagno. Mi guidò, per un’oretta, su per un letto di torrente in secca, calante da una montagna arida e per un sentiero dove anche un cinghiale si sarebbe trovato in difficoltà. Poi, superata la stretta fessura di una roccia, mi apparve come per incanto una cascatella che piombava da circa dieci metri in una pozza limpida e profonda. Ricordo ancora un bagno fantastico in quell’acqua fredda e purissima. Spesso al mattino, prima di andare alla spiaggia, mi piaceva sdraiarmi al sole in giardino ad assaporare i profumi della macchia mediterranea che sapevano di mirto e lavanda.

 

Avevo notato che il vicino di casa, con il quale ero entrato in confidenza, passava spesso con un paiolo e si dirigeva verso il bosco. Mi azzardai a chiedere: dove vai Clod? A portare il pasto al cinghiale. Perche? Perche lui si abitua e poi, quando sono sicuro che viene, mi metto sull’albero e lo faccio secco. Ma è aperta la caccia in questo periodo? In Corsica si caccia quando se ne ha voglia. Proprio un altro mondo quello dei corsi, gente diffidente, affabile o aspra a seconda se gli vai a genio, facce corrose dal salmastro e scurite da un sole implacabile, grinze come le rocce dei loro muretti a secco, innamorati profondamente dei loro usi e della selvaticità dell’isola che, anche lì, giorno dopo giorno, si perde con l’avanzare del turismo e delle villette che, come funghi, spuntano qua e là erodendo boschi e macchia mediterranea. Bisogna viverci insieme ai corsi, e solo allora riesci a comprendere la loro diffidenza e il tenace attaccamento alla loro isola, tanto da difenderla, all’occorrenza anche con la dinamite, (strategia non giustificabile) e che, stranezze a parte, una qualche ragione c’e l’hanno.

 

 


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