1890 e dintorni
La banca Romana



Scriveva nel 1866 Massimo D’Azeglio alla moglie: “se tu sapessi che congiura d’imbroglioni e d’intriganti si distende sull’Italia ne tremeresti anche tu”. Sono trascorsi pochi anni dalla proclamazione dell’unità d’Italia e, sotto la cenere del relativo perbenismo politico, i potenti di turno si erano subito messi all’opera per allungare le mani sulle pubbliche finanze. Alcuni scandali, oramai dimenticati e sommersi da quelli che seguirono, sono indicativi del malcostume dilagante. Questi personaggi, oltre che per una sorta di …, come dire, “predisposizione genetica”, potevano anche giovarsi della circostanza di vivere in un paese semianalfabeta, di avere un elettorato pari al solo due per cento circa della popolazione e di poter agire con disinvoltura nell’asservire alcuni settori della polizia e della magistratura ai propri interessi. A contrastare l’imperversare del malaffare un’unica voce si levava, era quella del giornalista Pietro Sbarbaro (l’uomo che sputò al ministro) che, dalle pagine del suo periodico “Le Forche Caudine” argomentava con sarcasmo le malefatte dei politici. Per queste sue pubbliche denunce, lo Sbarbaro rischiò anche l’incolumità fisica ed infine fu incarcerato e distrutto dalla coalizione di potentati che gli si misero contro. Ma cosa combinavano i politici dell’ottocento? Di tutto e di più. 1862: il ministro delle finanze Bastogi cede le ferrovie meridionali a privati elargendo un sussidio immediato di 20 milioni di lire e una sovvenzione annua di 29 milioni fino al 1869 per le linee da costruire. Alcuni privati manovrati da Bastogi , falsando i costi, riescono a lucrare ben 14 milioni sull’affare. Dall’inchiesta parlamentare che ne seguì sparirono misteriosamente i fascicoli con le prove dei misfatti e il Bastogi ebbe addirittura la nomina a conte dal Re. 1868: il deputato Cancellieri si accorse che dal bilancio dello stato erano spariti 20 milioni, interrogò il ministro delle finanze Cambrai - Digny, il quale prima negò che quel denaro fosse mai esistito, poi di fronte alla evidente documentazione esibita, affermò che si, quel denaro … avrebbe dovuto esserci! Un anarchico riparato all’estero, così commentò il fatto ”e la Camera per pudore ringraziò il deputato che aveva recuperato 20 milioni smarritisi … nelle tasche di influenti personaggi”.

 

Estate 1869: esce, alla ribalta lo scandalo della regìa dei tabacchi(cessione a privati del monopolio). Coinvolti il presidente del consiglio Menabrea, il ministro delle finanze Cambray-Digny ed il banchiere Balduino. L’on. Lobbia, il deputato che aveva fatto emergere il caso fu, nottetempo, misteriosamente accoltellato ma, salvatosi fortunosamente, finì condannato per “simulazione”. 1878: muore Vittorio Emanuele II , “il re galantuomo”, e solo dopo pochi giorni si scopre che aveva lasciato debiti per 40 milioni; soldi probabilmente attinti dall’erario grazie a colpevoli compiacenze. Nel 1870 il ministro Quintino Sella, a fronte di spese ingiustificate per centinaia di milioni avvenute tra il 1862 e il 1869, si trovò costretto a chiedere al parlamento un voto di sanatoria “pro bono arbitrio”! Non ci sorprende quindi il fatto che anche in ambiente bancario possano essere accadute frodi inaudite. Le cannonate che il 20 settembre 1870 aprirono la breccia di Porta Pia non fecero dilagare nell’urbe solo i piumetti dei bersaglieri di Cadorna. Concluso il breve scontro militare e assicurata finalmente all’Italia la sua capitale, da quella breccia uno stuolo di avventurieri e faccendieri si insinuò come uno sciame di insetti pronto a cogliere le pingui opportunità di speculazione immobiliare che la neonata capitale del regno faceva intravedere. Occorreva infatti provvedere alla sistemazione dei palazzi del governo e alla conseguente espansione edilizia che ne sarebbe seguita con l’arrivo di funzionari e relativa prole e parentela in quantità inusitata. Largo fu il ricorso al credito e le banche non mancarono a questo appuntamento elargendo prestiti e sovvenzioni senza preoccuparsi troppo della solidità dei richiedenti. Complice anche una crisi europea, la bolla immobiliare provocò dal 1887 difficoltà di rientro dei capitali, le banche si trovarono in crisi di liquidità e alcune sull’orlo del fallimento. Le ricorrenti voci di queste difficoltà indussero il ministro dell’agricoltura e commercio, Luigi Miceli, a disporre un’ispezione presso gli istituti di emissione monetaria. Queste erano La Banca Romana, la Banca Nazionale di Torino,il Banco di Napoli,il Banco di Sicilia, la Banca Nazionale Toscana e la Banca Toscana di Credito.

 

La commissione Alvisi rilevò subito un eccesso di emissione nelle casse della Banca Romana di circa 9 milioni, immediatamente reintegrati e spiegati dall’intrigante direttore Bernardo Tanlongo come “un’ imperizia” degli ispettori. La commissione concluse i suoi lavori due anni dopo, rilevando una abnorme emissione di banconote non autorizzata per 64 milioni di cui 40 mediante l’emissione di biglietti falsi con doppia matricola. Il presidente del consiglio Giolitti, alla notizia, dapprima rimase profondamente scosso, poi stranamente proibì al senatore Alvisi di rivelare i risultati dell’ispezione al parlamento. Quali i motivi di questo insabbiamento? Nell’”affaire” della Banca Romana erano coinvolti a vario titolo Il re Umberto, la regina Margherita, Francesco Crispi, Rosalia Montmasson moglie ripudiata di Francesco Crispi, Lina Barbagallo seconda moglie di Crispi, il maggiordomo Achille Lanti amante segreto di donna Lina oltre a ministri, senatori, dame dell’alta aristocrazia, cardinali e affaristi. Per comprendere il perché del coinvolgimento di questa “elite” nazionale occorre esaminare la personalità di Bernardo Tanlongo, il”sor bernà” come lo chiamavano a Roma. Chi era costui? Nato da famiglia di scarse possibilità economiche, Bernardo Tanlongo aveva fatto di tutto nella vita, garzone di fattoria, spia dei Francesi durante la Roma di Garibaldi, poi grazie a torbide frequentazioni di alti prelati, finanzieri e faccendieri senza scrupoli, apprese le astuzie del mestiere e iniziò ad operare in finanza riuscendo a speculare in proprio ed infine a farsi nominare direttore della Banca dello stato Pontificio, poi divenuta Banca Romana. Un tipo particolarmente abile nell’individuare e sfruttare i centri del potere, aveva l’appoggio dei gesuiti ma frequentava assiduamente gli ambienti massoni, solerte amico della regina Margherita di cui frequentava i ricevimenti, era antipatico al re Umberto, che però serviva indirettamente favorendo nel credito le due amanti del sovrano, la duchessa Santafiora e la duchessa Litta; insomma un Licio Gelli ante- litteram. E non si creda che l’insabbiamento sia stato voluto da Giolitti per pura deferenza al sovrano, era solo perché nell’affare c’era dentro anche lui; il Tanlongo, tra l’altro, fu tanto abile che riuscì nelle elezioni del 1892 a far votare i cattolici del Lazio per Giolitti che era di sinistra, il quale lo ricambiò con la proposta di nomina a senatore del regno. Il senatore Alvisi deceduto nel 1892 aveva lasciato copia degli atti dell’ispezione alla banca Romana all’amico Napoleone Colajanni che, insieme al clericale Gavazzi, fece esplodere lo scandalo. Giolitti tentò di chiudere la faccenda, ma di fronte alle ripetute interpellanze e all’arresto di Tanlongo e del suo vice Lazzaroni, si dimise lasciando il posto di presidente del consiglio al rivale Francesco Crispi. I due si odiavano e Crispi per danneggiare l’avversario accusò Giolitti di aver fatto sparire gli atti dell’inchiesta della Banca Romana, confidando che i fascicoli non sarebbero saltati fuori. Questi, vistosi accusato, mise in atto una contromossa particolarmente insidiosa, affermando che, se il parlamento voleva gli atti dell’inchiesta, allora lui li avrebbe consegnati tutti e di fatto consegnò un plico che conteneva, oltre alla documentazione Alvisi, anche le lettere che donna Lina Crispi aveva scritto all’amante (il maggiordomo Achille Lanti che probabilmente le aveva vendute a Giolitti).

 

Per Crispi fu un duro colpo perché, scandalo a parte, dalla documentazione emerse che proprio lui aveva intrallazzato con la banca. Alcuni scandali privati ( Crispi fu anche accusato di bigamia) e la successiva sconfitta militare di Adua diedero il colpo di grazia allo statista siciliano che, dimessosi, uscì definitivamente dalla scena politica italiana. Tanlongo e Lazzaroni furono condannati a lievi pene(qualche mese di carcere), mentre si potrà solo ipotizzare chi di quel fiume di denaro beneficiò. Lo scandalo della Banca Romana finì per sempre impilato in quella “capiente” casella storica degli scandali nazionali dove presto sarebbe stato sepolto da altri fascicoli che perpetueranno l’endemico vizio, sia durante il fascismo che nella repubblica del dopoguerra, fino ai giorni nostri. Ha scritto un grande giornalista “ In molte persone ora come allora è radicata la convinzione che la corruzione della politica sia una escrescenza maligna formatasi in un corpo sano e quindi estirpabile. Viceversa la corruzione è un modo di essere della politica”. Non si può che convenire con lui, dovendo però osservare che se per certi paesi questo ”modo di essere” rappresenta una eccezione, nel nostro, dove le mani pulite si sporcano in fretta, costituisce purtroppo una regola dilagante, con tutto ciò che ne consegue. In ogni caso, non si può che restare attoniti ripensando a come ci avevano descritto quel periodo storico i libri scolastici. Il sospetto corre al classico secchio di sabbia, abbondantemente cosparso, per nascondere la realtà di un paese che, politicamente, è quello che è.

 

 


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