Ascensioni sui giardini di pietra



Pareti verticali che solo osservarle dal fondovalle mettono i brividi, guglie aguzze corrose dall’acqua e dal vento che svettano spavalde verso l’azzurro del cielo a formare fantastici agglomerati, monoliti che sembrano piantati apposta da una mano gigantesca su una base di ghiaia e colori che variano dalle infinite tonalità di grigio al mattino al rosa acceso del tramonto. I tedeschi le chiamavano “rosengarten” giardini di rose, in una fiaba Altoatesina sono state definite “i Monti Pallidi”, alcuni le chiamano giardini di pietra, noi le chiamiamo semplicemente Dolomiti. Un gruppo di montagne che spaziano geograficamente da ovest ad est, dal gruppo di Brenta sulla sinistra orografica della val Rendena alle Dolomiti di Sesto e alle sparse formazioni intorno al monte Peralba nell’alta Carnia e che comprendono i rinomatissimi agglomerati che tutti noi conosciamo: Sassolungo, Catinaccio, Tofane, Cristallo, Pale di San Martino, Tre cime di Lavaredo ecc. Sono formazioni di una roccia particolare, la Dolomia, che emersa dal mare circa 200 milioni di anni fa, ha cominciato a sfaldarsi, e a causa della sua composizione (magnesio e calcare) ha assunto, per erosione, le fantastiche formazioni geologiche che oggi possiamo ammirare. Uno spettacolo unico al mondo tanto da meritarsi il riconoscimento dall’UNESCO di patrimonio universale dell’umanità.

 

Le prime attenzioni, dal punto di vista alpinistico, risalgono alla fine dell’ottocento quando la nobiltà europea scoprì il piacere di villeggiare in questi luoghi. In particolare il re Alberto del Belgio era solito farsi accompagnare da alcune guide di Cortina d’Ampezzo, poi divenute famose come Angelo Dibona, Antonio Dimai ecc, in ardite arrampicate su pareti quasi verticali con l’uso di semplici e rudimentali attrezzature (corde di canapa e chiodi forgiati a mano). Nè mancavano le arrampicatrici, è infatti del 1901 l’ascensione della parete sud della Tofana di Rozes (mt 3200 s.l.m.) delle baronessine ungheresi Ilona e Rolanda von Eotvos, impresa che a tutt’oggi, stante la disponibilità di equipaggiamento ipertecnologico, richiede una eccellente preparazione fisica ed una notevole esperienza alpinistica.

 

Poi i nobili tornavano a casa e raccontavano le loro prodezze, e così di anno in anno il numero di aspiranti alpinisti aumentava in misura tale da rendere problematica la disponibilità di sufficienti ed esperte guide alpine. Si pensò allora di attrezzare alcune vie di salita con corde fisse e scalini metallici per facilitare l’accesso alle cime e nacquero così le vie ferrate. Qualcuno disse che servivano per portare i “signori” in montagna. Alcune di esse sono ancor oggi percorribili sugli stessi sostegni di allora. La famosa scala del Minighel in val Travenanzes è del 1905 ed è costituita da 274 sbarrette di ferro conficcate nella roccia di una parete verticale alta in quel punto circa 70 metri. Queste sbarre sono disposte una accanto all’altra alla distanza di un buon palmo e si sale come sospesi nel vuoto avendo la parete sul fianco.

 

Poi quella splendida zona conobbe la guerra, una guerra atroce da ambo le parti, che ne modificò in parte l’aspetto: montagne saltate in aria, caverne e gallerie scavate nella roccia, feritoie per artiglieria e camminamenti interrati i cui segni sono ancora li a testimonianza dello scempio e dei sacrifici patiti dai soldati. Eppure proprio la necessità di dover combattere sui monti aprì quelle vie di accesso che oggi rappresentano i più frequentati itinerari alpinistici in molti casi veramente suggestivi.

 

Premesso che con funi, chiodi, piccozza e corredi vari, che la moderna tecnica ci mette a disposizione, è possibile andare dovunque, l’arrampicata su fune è per forza di cose appannaggio dei professionisti. Richiede una conoscenza approfondita delle tecniche di salita e discesa, una adeguata forma fisica che si acquisisce solo con un continuo allenamento sia in palestra che in parete e una pratica esperienza sull’uso dei vari strumenti che l’evoluzione tecnica ci mette a disposizione e che non sono pochi, parlo naturalmente di carrucole, elevatori, chiodi speciali, rinvii ecc.

Relativamente più semplice invece l’arrampicata su vie ferrate. Basta munirsi dello stretto necessario, non soffrire di vertigini, un po’ di allenamento e il gioco è fatto.

 

Molti percorsi sono veramente spettacolari, ne cito alcuni tra i più agevoli:

  • Il sentiero Ivano Dibona sul Cristallo, con partenza dal rifugio Lorenzi (mt 2932) al quale si arriva comodamente in cabinovia. Una traversata per cresta veramente spettacolare.

  • Il sentiero degli alpini su Cima Undici: dopo un pernottamento al rifugio Szigmondy Comici, con la Croda dei Toni che ti incombe sulla testa, si segue un percorso ferrato alla Indiana Jones tra sentieri scavati in parete e sospesi sull’abisso, pareti verticali e canyons dove si entra e si esce dall’altra parte in un fantastico anfiteatro di rocce.

  • Il sentiero delle forcelle sul monte Paterno, ex prima linea italiana della grande guerra. Un panorama mozzafiato che spazia dalle tre cime di Lavaredo alla Croda Rossa di Sesto. 

 

Per il resto non c’è che da scegliere: nel settore dolomitico le vie ferrate superano il centinaio, dalle estremamente semplici alle estremamente difficili, con dislivelli in salita che in qualche caso possono superare mille metri.

 

Poi con la motorizzazione diffusa il numero degli alpinisti o pseudo alpinisti crebbe in modo esponenziale aprendo la via a quel turismo di massa al quale assistiamo al giorno d’oggi.

Provate in un giorno di piena estate ad osservare poco sotto il passo Gardena in direzione di Colfosco la fila di persone che, come formiche su un tronco, affollano la via ferrata Tridentina, un’arrampicata in verticale di circa 300 metri che sale sulla torre Exner fino al rifugio Cavazza al Pissadù. Vi renderete conto di quanto popolare sia divenuto questo sport, una volta appannaggio di pochi esperti.

 

L’alpinista moderno spazia tra due categorie ai cui estremi ci sono il professionista e l’incosciente. La montagna da sola non è un pericolo ma, a chi la affronta, ogni anno richiede il suo tributo e siccome della seconda specie ne è particolarmente ghiotta sarà il caso di non prenderla alla leggera e di rispettare le basilari norme di comportamento che tutti dovrebbero seguire.

  • Meteorologia: in montagna il tempo bello è fondamentale per la sicurezza, non partire con tempo instabile, nebbia e pioggia non sono da sottovalutare ed in ogni caso ti tolgono il bello dell’escursione, il panorama. In caso di temporale poi rischi l’incenerimento se sei attaccato alla fune o ad una scala metallica.

  • Attrezzatura: gli scarponi sono insostituibili, bandite le scarpe da ginnastica. Una buona giacca a vento a tenuta di pioggia e per il resto vestitevi a cipolla regolando la temperatura corporea in modo da non sudare troppo nè sentire freddo. In ferrata occorrono sempre l’imbragatura  ed il doppio cordino con due moschettoni,munito di dissipatore, per attutire eventuali brevi cadute. Indossate sempre i guanti per una buona presa. Il casco è fondamentale, la caduta di sassi non è un evento poi così remoto e vi assicuro che possono fare davvero molto male.

  • Forma fisica: occorre essere allenati e in perfetta forma prima di affrontare dislivelli impegnativi. In ogni caso informatevi prima sulle difficoltà da superare e rapportatele alle vostre possibilità. Verificate anche la presenza di eventuali vie di fuga.

Questi sono solo i consigli base: in ogni caso prima di intraprendere una attività che comporti rischi consiglierei almeno un corso specifico tenuto da professionisti. Presso le sedi del Club Alpino Italiano se ne tengono ogni anno di eccellenti.

 

In ultima analisi resta da capire qual è la molla che fa scattare la voglia di affrontare prove così faticose ed affatto scevre da pericoli. Sono in tanti a chiedersi chi glie lo fa fare. Voglia di emulazione? Curiosità di scoprire i propri limiti? Dosi di adrenalina? Autocelebrazione? Voglia di evasione dalla quotidianità? Probabilmente In ogni alpinista c’è un po’ di tutto questo, ma sicuramente accanto a queste sensazioni nasce e si sviluppa, anno dopo anno, prima in modo sottile, poi sempre più prepotente, un vero e proprio amore per la montagna, e che, come tutti i veri amori, non è solo piacere, ma anche sofferenza, solitudine, dolore e faticosa conquista. E poi, come un sentimento profondo, ti accorgi di continuare a pensarci, di desiderarla e di non poterne più fare a meno, anche a costo di dedicargli tutto il tuo tempo libero. E quando le tue membra ormai stanche non ti permetteranno più di affrontare la salita, la ricorderai con rimpianto, come un amore di gioventù, che ha saputo regalarti sensazioni bellissime, certamente più autentiche di quelle che la nostra civiltà ci vende abitualmente.

 

 


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