TESTO E FOTO DI

Carlo Maria Milazzo

Venice, la spiaggia del Re Lucertola



Tra Jim Morrison e le bagnine di Baywatch

Venice fu disegnata a tavolino e fondata nel 1904 dal magnate del tabacco Abbot Kinney. I canali dovevano ricalcare quelli della Venezia originale e per inaugurarli vennero chiamati dei gondolieri doc, di quelli in magliette a righe e che remano solo con pieni di Prosecco o di Bardolino.

Il progetto di Kinney durò solo una ventina d'anni: la località fu assorbita dalla city di Los Angeles che fece interrare la gran parte dei canali, lasciandone ai posteri solo sei. Oggi su questi corsi d'acqua superstiti s'affacciano villette basse che gareggiano a chi ha il giardinetto più fiorito o la fontanella più kitsch.

Arrivo a Venice di pomeriggio con un bus blu che ho preso a Downtown e che, per più di un'ora, mi ha fatto sussultare come un pop corn nella pentola. Dopo una rapida occhiata ai canali imbocco una strada ampia che, dopo aver traversato la Pacific Ave, mi fa già vedere l'oceano.

Sulla destra affianco un palazzo a parallelepipedo, bucato da qualche monofora, con portichetto copiato da piazza San Marco. La facciata fronte mare è verniciata di un celeste da cui affiora una Venere del Botticelli. La dea, come quella del pittore fiorentino, ha una mano sul seno e una sul pube, ma questa indossa top bianco, jeans skinny e roller. L'autore del murales è il leggendario Rip Cronk, responsabile anche del ritratto di Jim Morrison sulla casa della 18th Ave.

Morrison emerge da uno sfondo color melone. E' lo stesso della foto più universalmente nota, quella che tappezza tuttora milioni di pareti nel mondo. E' quello immortalato nel 1967 da Gloria Stavers, ex modella, fotografa, direttrice della rivista di musica e moda “16”. Jim è a torso nudo, il corpo asciutto coi muscoli tesi da statua greca. Il viso è di angelo dopo uno shampoo: i voluminosi capelli castani incorniciano guance un po' scavate. Gli occhi grigio-viola sono fermi in un'inquietudine penetrante. Le gambe sono fasciate di pelle nera, quella che gli legittimerà l'appellativo di Re Lucertola, proveniente dal brano “Not to touch the earth”.

Di fronte alla house con Morrison (che fu effettivamente abitata da Jim), si allarga in riva all'oceano la Muscle Beach. Si tratta di una palestra di culturismo all'aperto con tutte le attrezzature gonfiamuscoli (irrobustirono anche Arnold Schwarzenegger). Solo per ordinaria curiosità sosto a guardare body-builder che sono assemblaggi di wurstel giganti.

Alla destra di estensori, manubri e pesi comincia “The Boardwalk”, passeggiata di 3 Km che, costeggiando il mare, finisce a Santa Monica. Palme spolpate dal vento punteggiano il percorso. La spiaggia è nocciola ma con riflessi d'oro. Le onde s'impennano come mostri bianchi e su alcune signoreggiano surfisti avviluppati in mute fosforescenti.

Dalle torrette in legno le bagnine di Baywatch sorvegliano i maghi del surf. Hanno il costume rosso, intero e sgambato, che le rese delle icone negli anni 90. Una bionda assai procace potrebbe essere l'erede di Pamela Anderson: se si infilasse una t-shirt con la faccia di Morrison potremmo vedere per la prima volta la rockstar dilatare un sorriso all'altezza del seno.

 

Una pista per skate, composta da dune di cemento, ospita ragazzetti multietnici che fanno compiere salti e piroette alle loro tavole a rotelle. Nell'adiacente campo da basket provo a scoprire il nuovo LeBron James. Poi comincia una serie di negozi-bugigattoli. Il primo è un green doctor, dagli stipiti tinti di verde, punto vendita ricreazionale (recreational, oh yes) di marijuana. Il consumo e la detenzione di erba sono legalizzati in California e così, con una spesa tra 20 e 150 dollari, si può scegliere tra varie tipologie di cannabis: quella per ridere, quella che combatte l'insonnia, quella che armonizza corpo e mente, quella che rilassa, quella che aumenta l'appetito, quella sfiammante, quella che si mangia sottoforma di biscotti o cubetti di cioccolato. (Il doctor-droghiere più famoso è all'8464 Santa Monica Boulevard, lo Zen Hollywood Dispensary, che si vanta di servire celebrities quali Lady Gaga, Brad Pitt, Miley Cyrus, Woody Harrelson).

Il secondo bugigattolo ha un'insegna gialla con lettere cubitali rosse e un simbolo yin-yang: è un Chinese Massage dove con 7 dollari ti puoi far strofinare schiena e glutei.

Poi si schiude il tattoo-shop. Il tatuatore è sulla soglia, fronte segnata e capelli sfibrati stretti in un codino. E' istoriato sul collo, sulle braccia, sui piedi nudi (probabilmente anche sulle gengive e sui malleoli).

Quindi si possono degustare tacos messicani, piadine farcite con manzo, formaggio fuso, cipolla cruda, insalata, coriandolo, panna acida o salsa chili piccante.

Di seguito un minigarage affitta biciclette. E appresso viene la galleria d'arte con tele quadrate total pink appese a fianco del gallerista, un hipsterissimo con barba a punta, camicia a quadri e sneakers consunte.

Poi c'è il negozio con le magliette dei Lakers, dei Clippers, dei Dodgers, dei LA Galaxy. Accanto tintinna chincaglieria vintage, coi batteri fossilizzati dei primi e veri figli dei fiori. E appresso si impilano occhiali da sole di tutti i modelli (Audrey Hepburn, Enzo Ferrari, Lolita, Matrix, Blues Brothers, Top gun).

Ancora si aggiunge il ristorante hawaiano con foto di sushi. Dopodiché l'aria si fa dolciastra e appiccicaticcia dal momento che s'impregna degli effluvi di una rivendita di incenso.

 

Scriveva Charles Bukowski, postino a Los Angeles per una decina d'anni: “Dove è finita la semplicità? Sembriamo tutti messi su un palcoscenico e ci sentiamo tutti in dovere di dare spettacolo”.

Sul Boardwalk gli spettacoli individuali sono senza soluzione di continuità. Passo in rassegna il percussionista di bidoni, il ballerino di hip hop, il lettore di tarocchi con berretto turchese, l'uomo mascherato da Trump, l'artista che fa quadri con bombolette spray, il pianista con tanto di pianoforte a coda, l'equilibrista su una pila di bicchieri, il nero con testa rasata e fuseaux gialli che canta My Way. Incrocio poi un uomo baffuto vestito da sposa, sottobraccio a un altro uomo con una parrucca bionda che troneggia sul suo corpo rotondo come un fungo atomico su un atollo. Quindi mi superano due suore che sfrecciano sui pattini e anche il veterano di guerra su sedia a rotelle spinta a gran velocità da due skaters mulatti. Sono perfettamente integrati nell'eccentricità i due poliziotti a cavallo con divise blu scuro e cappelli da cow-boy.

 

Mi fermo davanti a una ragazza dal viso ovale, dai capelli ondulati color rame e dal sorriso malinconico. Oltre una palma le fanno da sfondo una jacaranda violetta e un albero del corallo senza foglie ma con fiori scarlatti. La fanciulla imbraccia una chitarra la cui custodia è aperta ai suoi piedi, per invogliare qualche obolo. La marmocchia canta con voce candida e di tanto in tanto graffiante “Moonlight drive” di Morrison e dei suoi Doors.

Ora, ragazza mia, anzi baby come ti avrebbe chiamata Jim, che ne puoi mai sapere tu dei Doors, tu che potresti essere la nipote di uno di loro!

Sai tu, baby, che Jim era un grande poeta e che i testi delle sue canzoni sono letteratura? Sai tu che Jim non aveva nessun rudimento di grammatica musicale? Sai tu che Jim dichiarò: “dopo qualche viaggio innescato da LSD, iniziai a sentire un concerto nella testa”.

Ma i Doors, baby, non sarebbero esistiti se Morrison non avesse incontrato un giorno del 1965, qui a Venice, Ray Manzareck, ottimo tastierista. Jim gli cantò alcune strofe proprio di “Moonlight drive”. Ray intuì l'enorme potenziale di Jim e fondò una band con lui, col chitarrista Robbie Krieger e col batterista John Densmore

Nacquero i Doors, baby, e questo nome scelto da Morrison ne identificava il carettere letterario: c'era un implicito richiamo a William Blake, uno dei poeti preferiti da Jim. “Quando le porte della percezione saranno finalmente aperte, tutto apparirà come realmente è, infinito”. Capisci, baby, le porte stanno al confine tra infinito e finito e spifferano dall'aldilà all'aldiqua.

E poi il concerto che Jim aveva nella testa non era certo da tradurre in una semplice esibizione dal vivo. Il concerto doveva essere secondo Morrison un vero rito teatrale, erotico, dionisiaco e sciamanico.

Jim raccontava, baby, che da piccolo vide sull'autostrada l'incidente di un camion di indiani Navajo. A detta sua, l'anima del vecchio sciamano sanguinante sarebbe balzata fuori dal corpo morente dell'anziano, entrando nel suo e impossessandosene. Morrison divenne lo sciamano del rock e come uno sciamano voleva condurre i suoi uditori in un primordiale e rivelatore rito eleusino.

Teatro-rock, baby, era quello di Morrison. Jim pareva cadere in trance, eseguiva danze sensuali e vertiginose, diventava arrogante e sicuro, gli occhi vitrei e i gesti spasmodici. Poi stramazzava al suolo e molto lentamente si rialzava. Tutto era rituale e lisergico. Lo sciamano Jim ipnotizzava gli ascoltatori, i suoi iniziati, e li portava all'eccesso. Gli strumenti dei Doors erano le trombe di araldi celesti. Nel pubblico ci si denudava, si urlava, si piangeva, si restava d'improvviso impietriti nel silenzio voluto da Jim. Niente era show o montatura spettacolare. Tutto era vibrazione divina.

Era il 1967, baby, e Jim cantava: “ Annullate il mio passaporto per la resurrezione”, “Prima di scivolare nel grande sonno, voglio sentire il grido della farfalla”, “La musica è la nostra amica speciale, danzate nel fuoco come lei vuole”.

Ma sai quanto durò, baby, il fulgore stellare di Morrison?

Un solo anno, baby.

Il capitalismo assorbe il genio e lo narcotizza, baby. I produttori discografici furono addosso ai Doors. Il mercato reclamava galline dalle uova d'oro. Arrivarono contratti, album da dover compilare per forza, concerti programmati e con scalette ferree che non prevedevano sperimentazioni, pubblicità da inserire velatamente nei testi.

Scriveva Jim: “Il denaro sconfigge sempre l'anima”. E non sopportava il nuovo corso degli eventi. Ad esempio non si adattava agli studi di registrazione: Lì il lavoro gli appariva freddo, meccanico, ripetitivo, castrante. La forza di Morrison veniva dal più elementare e infaticabile artigianato: le miriadi di taccuini ritrovati testimoniano il continuo lavoro di correzione e risistemazione dei suoi.versi. E con la musica Morrison procedeva allo stesso modo: nelle esibizioni fino al 67 le escuzioni non erano mai state uguali ma sempre perfezionate, stravolte, allungate, modellate.

Jim perse il carisma, baby. L'ascendente sugli ascoltatori si sgretolò. Gli spettatori non lo prendevano più sul serio: si aspettavano sì i suoi gesti estremi, ma solo come ostentazione del marchio di fabbrica.

Già dal 68, baby, Jim cominciò il suo suicidio artistico che collimò con quello fisico a 27 anni, il 3 luglio 1971.

 

OK, baby. L'orizzonte è già lavanda e tra poco, come direbbe Jim, la notte arriverà con le sue legioni viola.

Tutte le mie guide turistiche dicono che di notte Venice è pericolosa. E il pericolo, baby, da qualche anno non è più il mio mestiere.

Adesso vado a pigliare l'autobus che mi riporterà al mio bell'albergo.

Ciao, baby. Ti lascio qualche dollaro perché hai cantato bene. E perchè, anche se per poco, mi hai fatto nuotare con Jim alla volta della luna.

 

 


AREA

Archivio »

L'ANGOLO DELLA POESIA

Archivio »

RICETTA

Archivio »

ALTRI ARTICOLI

N°22

dicembre 2021

EDITORIALE

...  continua »

 
 
 
 
 
 
ArchivioCONSULTA TUTTO »

 

OmnisMagazine n°44
» Consulta indice