TESTO E FOTO DI

Mirella Golinelli

L'oro e le sue allegorie



“You have to be the change you want to see in the world”. Questa esaltante frase di Gandhi, ha radice nella notte dei tempi e forse è stata la scintilla che ha acceso nell'uomo di 6000 anni fa il bisogno di alleggerirsi dagli sforzi fisici, per procurarsi cibo e beni materiali. Il suo significato “Sii tu il cambiamento che vuoi vedere nel mondo” acquisisce universalità riportandoci nella Mesopotamia sumerica, alle invenzioni più considerevoli dell'uomo.

La ruota fa la sua comparsa iconografica nei bassorilievi di Ur del 3500 a.C. Sicuramente la scoperta del fuoco da parte dell’Homo Erectus, ominide che secondo gli studiosi visse tra i 2,5 milioni e 120.000 anni fa nell'Africa orientale del Paleolitico inferiore, fu preponderante. Due grandi scoperte quindi rimaste immutate - nonostante l'avvicendarsi di epoche e civiltà- per introdurre l'applicazione del processo denominato metallurgia per ricavare dal minerale il metallo che verrà impiegato allo stato puro, oppure se legato ad altri metalli sarà definito metallografico. La metallocromia è un'arte che attraverso la patinatura dei metalli ne permette la colorazione. E' perciò la metallurgia ad aver sviluppato nel corso dei millenni, dapprima in maniera artigianale e via via industriale, il metodo per l'estrazione dell'oro. Inizialmente i monili erano in piombo, rame, stagno e argento poiché raramente si raggiungeva la temperatura di 1064 gradi, come punto di fusione per l'oro puro a 24K; tant'è che dal 1500 a.C. si impiegò anche il ferro battuto. Il secolo XV, vede la costruzioni degli altiforni, nei quali i metalli erano fusi per scopi bellici, al fine di fornire le Signorie; tra queste spicca quella degli Estensi a Ferrara. Sempre nel 1400 s'imparò a separare il rame dall'argento, per fornirli alle zecche dell'Europa dell'ovest. Il bronzo veniva utilizzato anche per le campane ed i cannoni. Dal XVI al XVIII secolo la richiesta di metalli preziosi, aumentò a dismisura. Sicuramente una parte assai affascinante dell'arte aurea metallurgica è quella legata alle allegorie. Praticamente tutti gli autori antichi -  in particolare Orfeo ed Apollonio -  hanno parlato della “conquista del Toson d'oro”.

Il Toson d'oro era una nave vascello di foggia non comune, costruita con querce parlanti, sospesa nella foresta di Marte e protetta da un drago. Sarà Giasone, della razza degli Dei -che ricevette la stessa educazione impartita da Chirone agli eroi Ercole ed Achille - ad impadronirsene, dopo aver appreso da Medea quattro espedienti per riuscire vincitore dell'impresa. Dapprima Medea diede a Giasone - che significa “medico” - un unguento per il corpo, affinché il veleno del drago ed il fuoco dei tori non lo uccidessero; poi, un sonnifero da somministrare al drago; acqua per estinguere il fuoco taurino ed una medaglia con incisi Luna e Sole. Liberatosi dai pericoli, Giasone riuscì ad appropriarsi del Toson d'oro che era stato indorato dallo stesso Mercurio, prima di essere appeso nella foresta di Ares-Marte e con Medea tornò in patria.

Un'altra allegoria o favola (poiché così erano chiamate dai poeti greci istruiti dagli Egizi) è “La raccolta dei pomi d'oro nel giardino delle Esperidi”. Questo giardino racchiudeva tutto ciò che più meraviglioso esiste in Natura. Qui l'oro brillava in ogni luogo e vi soggiornavano le fate, che cantavano soavemente e riuscivano ad assumere ogni forma. Dei prodigi delle figlie dell'Oceano era al corrente anche Orfeo e sapeva anche che Espera era divenuta pioppo, Eriteia olmo, Egla salice, mentre altri poeti ammettevano l'esistenza di altre tre ninfe Esperidi, figlie del fratello di Atlante, Espero, i cui nomi erano: Aretusa, Esperetusa e Vesta. La stessa Giunone portò in dote, per le sue nozze con Giove alcuni alberi provenienti da questo fantastico giardino, i quali producevano frutti d'oro, rami e foglie d'oro; esso è menzionato nel VI libro dell'Eneide di Virgilio, nell'“Orlando Innamorato” di Matteo Maria Boiardo, il quale ebbe importanti affidi presso la corte degli Estensi e, nel “De hortis Hesperidum” di Giovanni Pontano. Il drago del giardino era figlio di Tifone ed Echidna ed era fratello di quello che stava a guardia del Toson d'oro. Ercole stesso consultò le Ninfe di Temide e Giove che abitavano il fiume Eridano, oggi Po (vedi “Dove cadde Fetonte...” Omnis Magazine N°11/2017 di Mirella Golinelli), prima d'uccidere il drago ed agguantare i pomi d'oro. E' proprio in questo giardino che venne colto il “pomo” che seminò la guerra di Troia.

Nella “Storia di Atalanta”, troviamo Venere che raccoglie e dona tre “pomi” ad Ippomene e secondo Ovidio, il quale aveva adunato notizie da antichi narratori, il campo era a Damasio dell'isola di Cipro. Atalanta che aveva imposto ai suoi innumerevoli pretendenti dure prove, pur di non sposarli, s'innamorò dell'unico sfidante rimasto in vita, grazie ai 3 pomi donatigli da Venere, i quali gli permisero un vantaggio nella corsa con Atalanta. I due amanti di stirpe principesca - Ippomene era discendente del dio delle Acque ed Atalanta del re d'Arcadia - divennero inseparabili.

La “cerva dalle corna d'oro” è una favola allegorica. Essa aveva i piedi di rame e le corna d'oro, anche se le corna le hanno solo i maschi. E' ancora Ercole a compiere l'impresa, catturandola dopo un anno filosofico e non astronomico, dove le stagioni sono costrette da un tempo fissato dall'uomo.

Per “Re Mida”, fu Orfeo ad iniziarlo alle Orge. Egli possedeva un giardino nel quale crescevano le rose più belle del mondo. Bacco, che era figlio di Semele, vagando nella regione Frigia, insieme al padre adottivo Sileno, entrò nel giardino di Mida, il quale li vide ed immaginando la sofferenza che Bacco provava nell'esser lontano dal vero padre Zeus, pensò di rendergli un po' di gioia, ornando di ghirlande variamente colorate Sileno che, nel contempo s'era appisolato. Bacco volle ricompensare il Re, per l'accoglienza e gli propose d'esaudire un suo desiderio. Fu così che Re Mida gli chiese che ogni cosa che toccava, si tramutasse in oro. Alla fine, lavandosi le mani nel fiume Pattolo, Mida si disfece di quell'immenso e pesante dono che gl'impediva di mangiare, Venere e Sole giacquero a Rodi e dalla meraviglia cadde “la pioggia d'oro” ma, piovve oro, secondo Strabone, anche quando dal cervello di Giove nacque Minerva. Giove trasformatosi in un'altra pioggia d'oro, concepì Danae. Ella era stata rinchiusa in una torre di bronzo perchè il padre Acrisio aveva saputo dall'oracolo che avrebbe perso la vita, per mano del figlio che Danae avrebbe concepito. Da questa unione nacque Perseo che, tagliata la testa a Medusa, si servì del suo sangue per pietrificare ogni cosa.

Tutte queste favole, che arrivarono ai greci dall' Egitto, concordano nell'esistenza di un'Età dell'Oro: quella della quale hanno parlato i Poeti, attribuendola al Regno di Saturno che storicamente vien chiamato il “Secolo d'oro”, senza riuscire a ben distinguerne la datazione esatta. Ne hanno parlato Orfeo, Omero, Lino.

Ovidio la descrive come “Paradiso – Paradeisos terrestre”, dove il mutare delle stagioni, avvenne solo da dopo il diluvio. Dante la menzionò nel XXII canto(148-150) e nel XVIII canto(139-144) del Purgatorio. Le persone vivevano in piena sicurezza, protette dalle leggi. L'uomo abitava il solo luogo di nascita e non esistevano confini. La terra non arata donava alberi e frutti saporosi d'ogni genere. Era sempre primavera. I ruscelli erano di latte e miele che fuoriusciva copioso da tutti gli alberi. Questo è quanto ci ha tramandato Ovidio e, noi speriamo che questa strabiliante “Età dell'Oro” possa tornare, per far rivivere all'uomo l'appagamento. dell'animo e dello spirito.

 

 


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