TESTO DI

Carlo Maria Milazzo

Berlino, vecchia luce dell'ovest



Ricordi dolci amari tra Check Point Charlie e Suzanne

Andai a Berlino per la prima volta nel maggio 1986. Berlino Ovest era un'enclave nella Germania Est, racchiusa dal muro lungo 155 chilometri. Solo quattro percorsi dedicati collegavano l'area circoscritta alla Germania Federale o alla Polonia o alla Cecoslovacchia. Erano autostrade larghe e ben asfaltate ma dalle quali, una volta entrati in territorio DDR, non potevi uscire. Il limite di velocità era di 100 Km orari e il terrore di un'infrazione rimandava a pene quali carcere e violenze di Vopos. Guidavo una Volvo 740 di un mio amico, un 2400 Turbodiesel che soffriva a osservare la restrizione di marcia: la macchina sembrava un cavallo strozzato da un morso tirato fino in gola. L'autostrada tagliava campi di frumento verde punteggiati da ciminiere sbuffanti vapori neri.

Mi piazzai in un hotel in fondo alla Tauentzienstrasse, adiacente l'Europa Center, un colosso di 22 piani che ospita tuttora locali, negozi e, all'ammezzato, un grande orologio ad acqua a forma di alambicco. A due passi tremolano gli zampilli verticali di una fontana e s'impenna la Gedachtniskirche, color sigaro fumato. La Gedachtniskirche riunisce vari abbozzi nel connubio fra una torre sbreccata del 1891 e una chiesa ottagonale del 1962. Per tre quarti è campanile, per un quarto minareto; l'arco sul portale d'ingresso non stonerebbe a Gerusalemme ma il portone spesso è tipico delle cattedrali europee; vista da dietro sembra un rudere, di lato un edificio sacro incompiuto; la parte posteriore evoca le natiche cadenti di una sfinge mentre gli orologi anteriori sono brutte copie di quelli praghesi; una fila di trifore spruzza un tocco veneziano e le vetrate interne blu riflettono luce di Istanbul. Dal punto più alto della Gedachtniskirche l'angelo Damiel (Bruno Ganz) ammira la città nella scena d'apertura del film di Wim Wenders, Il cielo sopra Berlino.

Dietro la Gedachtniskirche si allarga il parco del Tiergarten, che all'entrata riserva la superficie al mitico zoo. Lo zoo fu fondato dal re Federico Guglielmo IV nel 1844 e all'inizio includeva solo animali donati dalla famiglia reale. Oggi vi si possono trovare animali di tutte le specie ed esemplari in via d'estinzione, come la mangusta dalla coda ad anelli del Madagascar (ed alzi la mano chi non ricorda l'orsetto polare Knut, dolce batuffolone bianco. O il panda gigante Bao Bao, con in bocca una canna di bambù come un piffero verde). Gli spazi sono allestiti in modo da ricreare habitat naturali: così da una giungla fitta fanno capolino l'orangotango/il gorilla/il bonobo, su prati paludosi pascolano rinoceronti indiani e da foreste in miniatura spuntano tigri ruggenti.

La fermata della metropolitana è Bahnhof. Zoo. Negli anni 70, come racconta Christiane F. nel libro Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino, “era una stazione enormemente squallida: c'erano barboni buttati nel loro vomito e ubriachi dappertutto”. Quello era il luogo della prostituzione minorile e dello spaccio/consumo di eroina.

A sinistra della Gedachtniskirche parte la Ku'damm, arteria doppia e da sempre ostentazione di cultura e ricchezza. Da quella primavera 86 ricordo gioiellerie fiammeggianti, negozi di vestiti costosi che copiavano malamente gli italiani Armani/Valentino/Missoni, ristoranti multietnici per sfuggire alla dieta wurstel/crauti/patate, gallerie d'arte, cinema a insegne intermittenti, il Cafè Kranzler coi tendoni rossi/bianchi e sotto gli uomini d'affari in abiti scuri. Sculture fatte con tubi d'acciaio fiorivano dal marciapiede. Anziani distinti, seduti ai tavolini all'aperto, spizzicavano torte al ribes e sorseggiavano birra al succo di lampone. Ragazze dalle gote arrossate sfrecciavano sulla porzione d'asfalto convertita a pista ciclabile. Coppie di sposi turchi festeggiavano con cortei strombazzanti di BMW e Mercedes.

 

Il pomeriggio mi piaceva passeggiare lungo il muro, nel Kreuzberg e nel Neukolln. Ogni 200 metri gruppi di ragazzi disegnavano e coloravano il celebre divisorio. Si vedeva di tutto: Madonne botticelliane, giraffe alla Dalì, triangoli di Kandinsky, caricature di Gorbacev e Reagan, ritratti di calciatori quali Matthaus e Maradona, corpi capovolti in omaggio a George Baselitz (nato in DDR e vissuto molto a Ovest). Un affresco sul muro poteva durare al massimo una settimana: dopo veniva coperto da altri giovani pittori.

La sera restavo a Kreuzberg, avvolto da odori di melanzane e peperoni in fuga dalle finestre. Andavo in un capannone inondato di luce rosa, il quartier generale dei punk. Figure spettrali ballavano spastiche o ciondolavano con bottiglie di birra. Vestivano giubbotti neri borchiati o istoriati da spray, anfibi ortopedici Dr.Martens, pantaloni lacerati. Al collo sussultavano catene. I capelli erano rizzati dal gel. Il trucco era per l'80% viola. I piercing trafiggevano sopracciglia e orecchie. Io mi mimetizzavo parzialmente con un chiodo antracite

Su un palco centrale, annusato da cani lupo liberi, gruppi musicali ci davano di brutto. In assenza di musica dal vivo altoparlanti disseminati ovunque espellevano il verbo dei Sex Pistols: Johnny Rotten precisava che “essere punk vuol dire essere un fottuto figlio di puttana, uno che ha fatto del marciapiede il suo regno, un figlio maledetto senza avvenire e con la voglia di rompere il muso al suo caritatevole prossimo”. E il gruppo tedesco-occidentale Ton Steine Scherben teorizzava: “macht kaputt was Euch kaputt macht” (devi distruggere quello che ti distrugge).

 

Una mattina andai a Berlino Est. Potevi accedervi solo dal Checkpoint Charlie (o dal ponte di Glienicker) e usufruire di un permesso giornaliero. Al Checkpoint le accigliate guardie russofile mi spinsero in un gabbiotto di legno, delle dimensioni di una cabina telefonica, con specchi ai lati e sopra la testa. Rimasi recluso mezz'ora con flash fotografici che di tanto in tanto mi illuminavano il viso o il petto o le gambe. Quando mi liberarono mi imbrattarono di timbri il passaporto e mi intimarono di rientrare esclusivamente dal Checkpoint entro le 8 di sera (altrimenti, giù bastonate dei vopos).

Di là dal muro era silenzio, come se avessero tolto l'audio al mondo. Qualche rumore c'era, ma improvviso e breve: una Trabant che imitava un ciclomotore smarmittato o un tram che sferragliava nel deserto urbano.

Di là dal muro era grigio: cielo fuligginoso, impalcature di ferro appese a chiese in grisaglia, duomo simile a un elefante accasciato in riva al fiume color peltro, viali densi di polvere, assenza di cartelloni pubblicitari, cinerei edifici-cubo tutti uguali (i cosiddetti Palazzi dei lavoratori in stile monumentale).

Di là dal muro era tutto povero: come scrive Eraldo Affinati “le profumerie si dichiaravano tali disponendo sugli scaffali tre saponette, due tagliaunghie, pettini e collanine”. Le panetterie esponevano solo pane di segale nero   Le cartolerie vendevano confezioni da cinque pennarelli, matite usate, quaderni con la faccia di Jurij Gagarin (il quale aveva paradossalmente detto dallo spazio: “da quassù la Terra è bellissima, senza frontiere e confini”).

Alexanderplatz, la più vasta piazza d'Europa, aveva un angolo dominato dalla Haus der Lehrers, la casa degli insegnanti. Questo livido complesso, oggi ben restaurato, aveva un corpo alto 11 piani e uno collegato molto basso: il primo era adibito a uffici/biblioteche/aule per l'istruzione pedagogica di maestri e professori, il secondo era una sala congressi da 1000 posti.

Altro elemento notevole della platz era (ed è) l'orologio universale Urania, un fungone indicante in contemporanea l'ora delle principali città del mondo. E riempiva gli occhi l'Interhotel Stadt Berlin (oggi Park Inn), 125 metri rivestiti d'alluminio.

Il simbolo più famoso della platz era (ed é) la Fernsehturm, la torre della televisione, coi suoi 368 metri visibili da ogni punto di Berlino. Nata nel 1969 per volere del partito unico, si innalza filiforme, anoressica, col corpo da asparago e la testa tonda da robot di Star Wars. Doveva dimostrare la superiorità tecnologica della DDR. Io salii in cima, con un ascensore fulmineo, e guadagnai la piattaforma rotante che consentiva di gettare lo sguardo a 360°. A Est i palazzi erano squadrati e ordinati, come una fanteria schierata di obesi. A ovest le costruzioni erano asimmetriche e sparpagliate, quasi fossero state tirate su dopo un rompete le righe (spirito di gruppo versus individualismo, espressione di forza versus fantasia).

Dall'alto il muro mostrava la tinta avorio, un percorso sghembo, le torrette di guardia; era doppio con quella zona intermedia detta “striscia della morte”. A Est impressionava Karl-Marx-Allee, immenso viale largo 100 metri e lungo 2 chilometri e mezzo, morfologicamente portato per carrarmati da parata o, all'occasione, da invasione.

 

Al Checkpoint avevo dovuto obbligatoriamente cambiare dei marchi occidentali in marchi orientali. Quelli dell'Ovest erano grandi quanto tovaglioli e i particolari dell'autoritratto di Durer si osservavano nitidi. A Est le banconote erano piccole come soldi del Monopoli. Dovevo spendere i marchi in miniatura visto che non avrei potuto riconvertirli al ritorno. Ma cosa comprare?

Entrai in un ristorante gelido, con alle pareti bandiere della FDJ (Federazione giovanile DDR) e foto di Lenin/Honecker/Katerina Witt (olimpionica di pattinaggio). La cameriera ventenne aveva capelli rossi come foglie d'autunno, iridi verdi, un po' di borse sotto gli occhi tanto per non smentire Battiato; mi disse che si poteva mangiare solo zuppa di patate e fegato di maiale con mele e cipolle. Mi si rivolse in tono militaresco, ma subito mi tradusse in inglese, senza peraltro ammorbidire i lineamenti del volto. Consumai il pasto su una tovaglia di quella carta verdastra con cui si fanno i sacchetti per il pane. La birra chiara era per fortuna deliziosa.

Al momento del conto la ragazza si guardò intorno, come a sincerarsi di non essere spiata. Mi disse di lasciarle il mio indirizzo poiché voleva scrivermi ed esercitare quell'inglese che aveva imparato di soppiatto. Le lasciai il mio recapito su un pezzetto di tovaglia che lei strappò e occultò in tasca.

 

La corrispondenza epistolare non era proibita nella Germania Est, ma di certo era letta dalla Stasi: ricevetti presto lettere dalla cameriera che si manteneva sul vago e di tanto in tanto elogiava l'organizzazione socialista.

Si chiamava Suzanne e aveva un diploma di formazione professionale alberghiera. Aveva un figlio di due anni che, grazie agli asili nido, non le impediva di lavorare. Il nome del pargolo era Rainer. Abitava in località Pankow in un elegante condominio di gente educata, sicuramente un alveare massiccio/disadorno/pullulante di inquilini. Il padre, ingegnere, lavorava in un'industria modernissima (!) di locomotive, di cui curava i collaudi. La madre recitava nella compagnia teatrale di un dotatissimo (!) regista.

Suzanne era stata innamorata di Manfred, il figlio dei dirimpettai di pianerottolo. Manfred suonava il flauto traverso oppure il clarinetto nell'orchestra sinfonica di Berlino Est. Nell'ottobre dell'84 il giovanotto decise la fuga insieme al suo amico Michael, falegname. I due scavalcarono il muro lì a Pankow, vicino a Wollankstrasse, arrampicandosi con dei ramponi avvolti sulle scarpe. Michael fu illuminato dai fari delle guardie e bersagliato da mitragliette: ferito, fu portato all'ospedale dove, nonostante interventi chirurgici (?), morì. Di Manfred non si seppe nulla: con tutta probabilità si era polverizzato saltando sulle mine che costellavano la striscia della morte. Suzanne sottolineava la stupidità di Manfred che aveva lasciato l'amore per lanciarsi verso il buio.

Dopo un mese dalla sparizione di Manfred, Suzanne si era sposata con Gunther, ingegnere come suo padre ma destinato alla progettazione di rapidissimi tank. I genitori di Suzanne erano felici di quel matrimonio.

 

La frontiera tra le due Germanie venne aperta il 9 novembre 1989. Il muro fu picconato e sbrindellato nei giorni successivi. Suzanne mi scrisse che lei e i familiari non si erano subito spinti a Ovest: temevano un colpo di coda del regime con repressione sanguinosa. Quando il corteo di Trabant non cessò per più giorni e quando gruppi di conoscenti mossero uniti verso Ovest, allora anche lei e Gunther andarono di là.

Suzanne e consorte entrarono in un mondo di luce, overdose di lampioni/spettacoli pirotecnici/fanali di macchine grossi come palle di fuoco. Musica rock e musica folk si davano il cambio lungo i marciapiedi. I baristi uscivano dai locali per offrire boccali di birra rossa. Ogni cinque metri ricevevi un abbraccio, caldo e prolungato. Ogni dieci metri un bacio vero ti inumidiva la guancia. Avresti pianto se per anni non ti avessero disabituato a manifestare emozioni.

La riunificazione delle due Germanie avvenne il 3 ottobre 1990. Berlino tornò capitale unica e divenne presto un grande cantiere, con edificazioni avveniristiche (i grattacieli di Postdamer Platz, le architetture vetrate della Paul-Lobe-Haus e della Marie-Elisabeth Luders-Haus, la cupola del Reichstag, il Judisches Museum, il Tempodrom ecc.ecc.). I battelli solcavano la Sprea gremiti di turisti chiassosi. Chioschi in stile Oktoberfest, con tavoli e panche in legno, sbocciavano ai margini dei parchi e nelle piazzette. Bono Vox e gli altri U2 giravano intorno alla casa riverniciata che dal 1977 fu lungamente abitata da David Bowie.

Suzanne continuò a lavorare nel piccolo ristorante che, mi disse, era esternamente diventato color arancione e aveva un menù di quattro fogli. Suzanne scorazzava per tutta Berlino, a bordo di una metropolitana capillare e veloce: andava a visitare il castello di Charlottenburg, la Gemalde Galerie, la Neue National-Galerie e tutto quello che non aveva visto, sia a Est che a Ovest. Poi, con Gunther e il bimbetto, si spinsero addirittura in Danimarca. Suzanne scriveva con dovizia di particolari, piena di entusiasmo e schizzava anche qualche disegno in bianco e nero.

Una volta Suzanne mi scrisse che aveva rivisto Manfred. Indossava un completo di velluto celeste e un basco giallo gli acchiappava i capelli tranne il ciuffo biondo. Era pallido come la cera. Aveva accanto uno schnauzer sale e pepe. Era davanti al Pergamon e suonava il flauto: i visitatori uscenti dal museo gli lasciavano qualche moneta dentro una ciotola turchese.

Suzanne aveva sentito il respiro bloccarsi per la sorpresa e il sapere Manfred vivo le aveva spronato le lacrime a buttarsi dagli occhi. Però non gli si era avvicinata. L'aveva fissato nel suo rapimento artistico e poi se ne era andata senza voltarsi: Berlino offriva il futuro mentre Manfred era il passato, la cui epigrafe tombale era stata incisa nel momento dello scavallamento del muro.

 

Dal 1996 Suzanne cominciò a scrivermi in italiano. Era diventata amica di Eva, giovane donna di Forlì che lavorava come interprete in una grandissima ditta di trasporti. Eva aveva sposato un egiziano kebabbaro devoto di Francesco Totti ed aveva due figli, uno dell'età di Rainer. Nei tardi pomeriggi Eva e Suzanne si sedevano l'una di fronte all'altra, con quaderni e biro: Suzanne aiutava Eva a raffinare il suo tedesco, Eva insegnava pazientemente a Suzanne l'italiano.

 

Sono tornato a Berlino nell'ottobre 2006, dopo vent'anni. Ho fruito di un comodo e veloce viaggio aereo. Ho trovato la città rifatta come se un chirurgo estetico le avesse passato il bisturi dappertutto. I palazzi-cubo della Karl-Marx-Allee erano di un giallo paglierino, i tram tinti di un giallo maionese, la porta di Brandeburgo inondata dal giallo girasole dei riflettori. Pioppi ingialliti dalla stagione erano stati piantati in quantità industriali. La cupola del duomo spiccava con un verde lime. Ad Alexanderplatz la torre della televisione, imbiancata e lucente, guardava sprezzante un centro commerciale dalle insegne fuxia. Il cielo era azzurro anche a Est.

Suzanne aveva comprato un ristorante a 50 metri dalla Bebelplatz, proprio quella in cui i nazizti nel maggio 1933 bruciarono 25000 “pericolosi” libri (il rogo è ricordato da un'opera dell'israeliano Micha Ullman, denominata “biblioteca affondata”: consiste in un pannello luminoso, inserito sulla superficie della strada, che lascia intravedere dabbasso una camera piena di scaffali vuoti. Vicino è posta una targa con una citazione di Heinrich Heine: “quando i libri vengono bruciati, alla fine verranno bruciate anche le persone”).

Ho pranzato con Suzanne nel suo locale, scegliendo lo stinco di vitello fritto tra svariate proposte che prevedevano crostacei del Mare del Nord/salsiccia bianca della Baviera/alici marinate nell'aceto avvolte su cetriolo/zuppa di pane con uovo e prosciutto cotto/zuppa di cozze della Renania.  Suzanne aveva i capelli rosso-autunno ruotati in uno chignon alto. Gli occhi verdi erano vivaci. Portava quei jeans che nella DDR erano proibiti. Era cresciuta almeno cinque chili. Suzanne si è scusata perché nel nostro primo incontro era stata scortese, ma aveva ricevuto l'ordine di trattare con freddezza gli stranieri. Abbiamo parlato del viaggio che lei avrebbe fatto in Italia, a Natale, con Gunther.

A fine pasto Suzanne mi ha detto: -Ti faccio vedere mio figlio- e ha specificato: -Studia filologia classica all'università-

Abbiamo tagliato Bebelplatz lasciando sul lato mancino l'Alte Bibliothek, che i berlinesi chiamano spiritosamente Kommode (comò). Sulla destra ha giganteggiato l'edificio dell'Opera, Deutsche Staatsoper, con la facciata da tempio greco. Abbiamo attraversato il viale, la celeberrima Unter den Linden. Dall'altra parte ci siamo fermati davanti alla Humboldt Universitat, due ali crema a far da sponde a un cortile e unite da un palazzo color mais, abbellito da sei colonne corinzie. Ai lati del cancello d'entrata ci hanno abbagliato due statue bianchissime, rappresentanti i fratelli von Humboldt, uno con un libro in mano e l'altro seduto su un globo.

Abbiamo fissato lo sguardo sotto la statua di sinistra, quella di Wilhelm von Humboldt in lettura. Lì risaltava il giovane Rainer. Era infilato in un cardigan celeste e la cuffia di lana gialla si lasciava scappare il ciuffo biondo. I jeans stinti erano strappati sulle ginocchia. Era così pallido che una zanzara per pietà gli avrebbe iniettato del sangue. Un weimaraner grigio gli stava accucciato di fianco. Rainer suonava il flauto traverso.

 

 


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