TESTO E FOTO DI

Carlo Maria Milazzo

Il convento dove Dio sussurrava ai pennelli le opere di Beato Angelico



Che sia l'arte una forma di bellezza dettata all'uomo da spiriti soprasensibili di natura divina? Oppure l'arte è lo sforzo titanico dell'uomo che tenta di generare una bellezza di qualità divina? La discussione per la risposta potrebbe essere lunga ed avere anche una soluzione mista, considerando percentuali di ispirazione extraumana e percentuali di estro umano.

Le opere di Frate Giovanni da Fiesole, meglio conosciuto come Beato Angelico, penderebbero con ovvietà verso l'arte come opera suggerita per intero da Dio.

Il Vasari, pittore ma soprattutto biografo degli artisti rinascimentali, presenta l'Angelico come un religioso di vita esemplare, modesta e disinteressata al punto che i proventi dei suoi lavori andavano tutti al convento. Sull'attività artistica Vasari ci dice che  “il frate metteva mano ai pennelli solo dopo aver fatto orazione, non dipingeva la figura del Crocifisso senza piangere, non ritoccava mai le sue opere ritenendo che come fossero state stese la prima volta fosse la volontà divina”.

L'Angelico era dunque un rivelatore delle idee dell'Altissimo, un velinaro del Padre Celeste e, perché no, un grafico pubblicitario di Dio. L'epigrafe che campeggia sulla sua tomba nella Chiesa di Santa Maria sopra Minerva a Roma continua a puntellare la sudditanza dell'artista alle intenzioni di un Essere Supremo: “Qui giace il venerabile pittore Fra Giovanni dell'Ordine dei Predicatori. Che io non sia lodato perché sembrai un altro Apelle, ma perché detti tutte le mie ricchezze a te, o Cristo. Per alcuni le opere sopravvivono sulla terra, per altri in cielo”.

Apelle fu un celebre e stimato pittore della Grecia antica, ma all'Angelico non importava ottenere riconoscimenti pubblici. A lui interessava solo uniformarsi a quelle opere che stanno in cielo e che per una osmosi Uomo/Dio possono essere riprodotte sulla terra.  

Il Frate, al di là dello sbandieramento della sottomissione a volontà superiori, non era però un mistico invasato. L'artista sapeva molto bene che la raffigurazione di una forma divina era stata una conquista tormentata per i credenti dei secoli precedenti. Nel libro dell'Esodo è contenuta  la proibizione ingiunta a Mosè dal Dio in vena di enumerare dieci e forse più comandamenti: “Non farai immagine o figura alcuna di ciò che si trova nell'alto dei cieli”. E, fedele a questo divieto, il monoteismo ebraico ha sempre rifiutato qualsiasi concezione antropomorfa della divinità. Nella tradizione cristiana è invece lentamente prevalsa una considerazione positiva dell'immagine: nel Nuovo Testamento Dio si rivela non solo come Verbo ma anche come carne, la quale configura automaticamente un'immagine. Il Cristo dell'evangelista Giovanni afferma: “colui che ha visto me, ha visto il Padre”.

Rispettando alla lettera le parole di Giovanni, per l'Angelico Iddio può identificarsi solo con la figura del Cristo, un essere giovane e bello che rappresenta l'eternità sottratta al tempo. Se l'Angelico fosse stato libero di decidere i propri soggetti, con tutta probabilità avrebbe dedicato quasi tutta la sua opera alla vita terrena del Cristo. Come pittore affermato il Beato accettò invece anche opere a contratto, nelle quali i soggetti erano concordati con i committenti, così come erano concordati i compensi e le quantità impiegabili di materiali preziosi come l'oro e la polvere di lapislazzuli.

Il luogo dove sicuramente l'Angelico lavorò con più libertà e con più soddisfazione fu senz'altro il convento di San Marco. L'edificio si trova a Firenze, nella piazza omonima, e tuttora conserva una notevole parte della produzione del pittore. Entrando dalla porta accanto a quella della chiesa si accede al vano biglietteria, laddove è d'obbligo raccogliere una breve lamentela della bigliettaia (a Firenze qualsisasi indigeno con cui si venga a contatto deve sempre svelarvi un momento dolente della sua vita). Si passa quindi nel chiostro di Sant'Antonino, classico quadrilatero riparato da un portico poggiato su slanciate colonne. I rumori dei clacson e dei tubi di scappamento della piazza vicina si zittiscono magicamente. I muri del convento sono di quelli grossi che bevono gli scrosci di pioggia a sorsate e irridono le spinte del sole cocente.

Conviene salire subito al primo piano, con una scala che ci sbarca davanti ad un'Annunciazione: se è il Cristo che ossessiona l'Angelico tanto vale cominciare dalla sua fase embrionale. L'affresco del 1442 è ambientato in una loggetta sostenuta da colonne simili a quelle del chiostro. Lo sfondo sulla sinistra è presidiato da una palizzata che separa un giardino interno da un boschetto di cipressi made in Tuscany. L'Arcangelo e la Madonna sono posti su una leggera diagonale, con Maria in posizione più elevata; una colonna li tiene belli separati per ricordare la loro appartenenza a mondi differenti.

L'Angelo ha la faccia e il corpo di un bambino che è entrato nella fase dello sviluppo. La sua tunica è color rosa antico, finementre orlata e con pieghe che si affastellano come in un tendaggio trattenuto. Le ali sono in posa dinamica, come quelle di un uccello che ha appena poggiato le zampette e non abbia ancora abbassato i suoi apparati di volo. Le ali, contrariamente all'idea di piumaggio soffice ed esuberante che di solito suscitano, hanno una consistenza cartilaginea e dunque rigida. Le piume sono colorate a bande verticali con tinte davvero impronosticabili: giallo chiaro, bianco sporco, giallo scuro, verde persiano, ruggine, marrone. E tra le piume emergono frammenti argentei che paiono fatti con un moderno glitter da cosmesi. L'Arcangelo è un nunzio ma potrebbe anche non parlare: le sue braccia incrociate simulano il gesto di ninnare un neonato, un po' come fanno i giocatori di calcio che dopo un gol fanno finta di cullare il figlioletto che stanno aspettando. Non occorrerebbe pertanto affermare secondo il Vangelo di Luca: “Ecco, Maria, concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù. Sarà grande e chiamato Figlio dell'Altissimo”.

La Madonna ha un'espressione vagamente assente, da adolescente persa nel suo groviglio di pensieri. Anche la fascetta brunastra che le circonda i capelli sembra il vezzo di una minorenne dei nostri giorni. E da adolescente è anche la postura appena ingobbita (quante volte un genitore ha detto: “Stai dritta, figlia mia”).

Maria incrocia pure lei le mani, ma le preme sul ventre come a sottolineare: “Come è possibile? Non conosco uomo” (Luca, 1. 34). E qui l'Angelo deve per forza parlare, per illustrare che “lo Spirito Santo scenderà su di te, su te stenderà la sua ombra la potenza dell'Altissimo”.

Due ragazzi, uno sbocciato da poco alla pubertà ed una ripiegata su se stessa, comprendono comunque al volo, con quel talento del cuore che si possiede spesso solo in giovanissima età, il destino speciale a cui sono chiamati. (Qui l'Angelico è forse in controtendenza con l'Ordine  Domenicano al quale apparteneva. I Domenicani asserivano che la sapienza non doveva essere propinata ai fanciulli in quanto troppo pericolosa, ma riservata solo ad uomini già fatti e rinsaldati nei principi cristiani).

Sul gradino del portico il pittore scrive poi in stampatello un invito a rendere omaggio a questa Madonna e la traduzione dal latino recita: “Quando passerai davanti alla figura della Vergine intatta, stai attento a non dimenticare di dire l'Ave”.

 

Il piano superiore del convento è suddiviso nelle celle che ospitavano i monaci: quelle dei novizi guardavano il chiostro  mentre le altre erano rivolte verso il Duomo e la cupola del Brunelleschi che al tempo del Beato era in costruzione. Il pittore affrescò molte delle stanzette, cimentandosi sempre con espisodi della vita del Cristo, dalla Adorazione dei Magi alla Presentazione al Tempio, alla Trasfigurazione sul Tabor, alla derisione durante la Passione, alla morte in croce, alle Marie accanto al sepolcro. I dipinti dovevano essere di stimolo alla preghiera e, pur nella garbatezza che è sempre stata dell'Angelico, non c'è dubbio che lo siano stati: in spazi di 3 metri per 3 un Cristo o un'altra figura dei Vangeli che incomba dal muro deve dare la sensazione di alito sul collo.

Ritornando al chiostro si può entrare nella Sala del Capitolo e ammirare il grande affresco che occupa la lunetta della parete di fondo. Siamo davanti alla Crocifissione con Santi, quello che per l'Angelico doveva essere il più grande spettacolo dopo il Big Bang, l'evento cardine su cui doveva imperniarsi l'attenzione di ogni teologo. Se Voltaire ci ricorda con ironia che “oggi fondare una religione non è difficile, non occorre nemmeno farsi crocifiggere e risorgere dopo tre giorni”, l'Angelico puntualizza che solo il martirio della carne e la resurrezione della stessa sono l'ossatura della vera religione.

Pertanto nella sua Crocifissione del 1441 il Beato annulla la cronologia e, alla sinistra della figura monumentale del Cristo, pone accanto ai consueti personaggi sofferenti (la Madonna, Giovanni, Maddalena, Maria di Cleofa) alcuni Santi di varie epoche, cari all'ambiente fiorentino (Giovanni Battista, Cosma, Damiano, Lorenzo, Marco). Alla destra della croce sono invece ritratti, genuflessi o in piedi, tre Dottori della Chiesa e otto fondatori dei principali ordini monastici. In basso, nei 17 medaglioni rotondi sono effigiati i domenicani più illustri, con San Domenico ad occupare il tondino di mezzo. Sulla cornice superiore che asseconda il bordo della lunetta sono infine raffigurati dieci inserti di Profeti e Sibille.....insomma una autentica glorificazione senza tempo.

I colori riservati ai Santi sono delicati: rosa, celeste, giallo, arancio, sempre chiari. I pezzi grossi del clero vestono invece dei blu e dei marroni più formali. Il suolo ha la tinta bruno-rossiccia di molti terreni brulli della Palestina. Il cielo è tragicamente violaceo anche se il colore è lo sbiadimento del primigenio blu d'Alemania.

Si può ancora notare come i due ladroni siano dipinti di taglio mentre il Cristo, che ha una statura da pivot, è frontale: il Gesù inchiodato pare aprirsi un varco tra i due rappresentanti della malvagità. Sotto la croce è inoltre evidente un cranio, il quale ci ricorda che il Golgota del supplizio significa letteralmente “luogo del Cranio”. La tradizione cristiana indicava poi la cima del Calvario come zona di sepoltura del cranio di Adamo, lì sotterrato da un figlio di Noè. Il sangue del Cristo, colando lungo l'asse della croce e intridendo la terra, sarebbe giunto fino al teschio del primo uomo e, finendo nella sua bocca dischiusa, lo avrebbe simbolicamente o forse effettivamente riscattato alla vita.

 

Per concludere la contemplazione delle opere dell'Angelico si può scegliere la Deposizione, collocata sempre sotto al chiostro nella sala dell'Ospizio del Pellegrino. La tavola, iniziata nel 1433, è imprigionata in una ricca cornice gotica che vorrebbe definire le forme canoniche di un trittico. Il Beato però non si sottomette a dipingere tre personaggi o tre storie separate. Piuttosto crea un unico ambiente narrativo sfondando prospetticamente il dipinto e introducendo la visione di un paesaggio graduato su piani successivi che riportano da sinistra un castello, poi una città difesa da mura e affollata da torri, infine campi che vengono risucchiati da una vallata incuneata tra colline verdeggianti. Il cielo azzurrognolo apre ulteriormente la fuga oltrecornice.

Il terreno è coperto da una fitta serie di pianticelle descritte nei minimi particolari, allusione che è primavera sia sul calendario sia nell'evoluzione spirituale dell'uomo.

Dal punto di vista della geometria tanti riferimenti possono essere tirati in ballo. Una piramide centrale ha i vertici inferiori nelle tuniche arancioni della Maddalena e del Beato Alessio degli Strozzi. La piramide ingloba quindi il corpo del Cristo e tre degli uomini che lo sorreggono. Il quadro mantiene comunque un andamento verticale, con le posture diritte di molti personaggi e addirittura due sequenze ortogonali di tre e due persone contro la coppia di scale. Ed ancora si potrebbe tracciare una bella diagonale da sinistra a destra partendo dalla Maddalena, seguendo il corpo obliquo del Cristo e collegandosi con gli angioletti oranti all'interno dell'arco acuto. Ma non è finita: pure la diagonale da sinistra a destra potrebbe essere individuata, muovendo dal Beato Alessio in su per i due tipi vestiti d'azzurro fino agli altri angeli. (Le diagonali si incrociano sull'ombelico del Cristo).

Un'altra particolarità che salta all'occhio è la leggerezza del Cristo morto. La levità dello spirito ha già spodestato la pesantezza muscolare ed infatti il corpo di Gesù non viene praticamente sostenuto ma solo toccato da tre degli incaricati alla deposizione. L'unico che si preoccupa di un eventuale tracollo del cadavere è Nicodemo, l'uomo in verde che col bicipite rigonfio alla Bud Spencer trattiene la salma da un'ascella.

Ed un'ulteriore indicazione si può ancora trarre dal dipinto: le pie donne stanno a sinistra in attesa di accogliere il corpo nel sudario mentre a destra fanno capannello alcuni dotti che discutono su alcuni strumenti simbolici. Molte delle donne hanno aureole di oro lucentissimo ed il loro coinvolgimento emotivo è evidente (teste basse, pianto, Maddalena che bacia i piedi forati di Gesù). I dotti sono eleganti ma nessuno è fregiato da uno zinzino d'oro; per di più non stanno guardando la deposizione ma sono presi dalle loro disquisizioni. E' lampante che per l'Angelico non possa  esistere un oro intellettuale ma solo un sentimento d'oro.

 

Ripensiamo in chiusura al pittore che voleva essere manovrato da Dio per propagandare le opere che stanno in cielo. Le realizzazioni del Beato ora stanno sulla terra, resistenti al tempo, belle, dolci, perfettamente armoniche nei colori. E' blasfemo se dubitiamo che prima dell'Angelico Dio non avesse già nella sua residenza aerea questi dipinti tanto belli? Nel caso lontanamente probabile che l'Altissimo non li avesse della stessa meravigliosa fattura è comunque lecito supporre che Dio abbia poi fatto un “copia e incolla” dei lavori del frate devoto, per salvarli in un punto della sua smisurata parete celeste.

 

 


AREA

Archivio »

L'ANGOLO DELLA POESIA

Archivio »

RICETTA

Archivio »

ALTRI ARTICOLI

N°8

gennaio 2022

EDITORIALE

Emilio Bonavita

Cari Lettori cari amici il nuovo numero di Omnis magazine è davvero speciale ad iniziare dall’articolo  di apertura  che tocca l’attualissimo tema dell’immigrazione: si tratta di un reportage...  continua »

 
 
 
 
 
 
ArchivioCONSULTA TUTTO »

 

OmnisMagazine n°44
» Consulta indice