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Pietro Sbarbaro. Un giornalista scomodo



Raccontare verità che si vorrebbe non fossero rivelate è da sempre uno degli impegni più rischiosi del giornalista. Quando la notizia riguarda fatti legati a potentati politici e/o economici, le contromisure passano dalle blandizie alla censura, dall’intimidazione ai tentativi di svalutazione professionale, qualche volta si arriva ad estreme conseguenze. Alcuni giornalisti sono addirittura scomparsi nel nulla.  Inutile fare nomi, li conosciamo fin troppo bene. Ma è sempre stato così? Pare di si, anche se, ogni epoca ha avuto i suoi metodi per metterli in pratica.

Roma, 1884. Una sera di autunno inoltrato un signore avvolto in un elegante mantello risaliva via Rasella fino a fermarsi di fronte ad un portone anonimo. Suonò il campanello e introdottosi in un appartamento del piano terra chiese di essere ammesso alla presenza del professore, qualificandosi come ex allievo. Una volta alla presenza del professor Sbarbaro il tono, fino allora accondiscendente e quasi untuoso, cambiò di colpo: “sono il nipote del ministro Magliani e vengo per ucciderla”. L’aggressore mollò il bastone ed introdusse la mano sotto il mantello per afferrare la pistola mentre il professore iniziava a gridare aiuto. La signora Concetta, moglie del professore che si trovava in una stanza attigua con la sorella, allarmata da quel trambusto irruppe nella stanza e cominciò a urlare e a gettare in terra sedie e suppellettili. L’aggressore restò per un attimo sorpreso dall’inaspettata apparizione delle due donne e, in quel breve lasso di tempo, pensò bene di desistere dai suoi propositi poiché tre omicidi sarebbero stati veramente troppi. Con un salto dalla finestra, vicina al piano stradale, si dileguò. Fu acciuffato pochi giorni dopo ed identificato come un nobile romano, tal Vincenzo Pescia.

In quel tempo erano molte le persone che ce l’avevano con Pietro Sbarbaro, pubblicista, che dalle righe del giornale da lui fondato e diretto, “le Forche Caudine”, denunciava le malefatte dei politici del tempo: “le porcaggini” come soleva definirle con colorita espressione.

Ad onor di cronaca, in quegli anni la vita politica del regno era un po’migliorata rispetto ai dieci anni precedenti quando scandali come quello delle ferrovie meridionali e quello della regia dei tabacchi avevano saturato la fiducia dei cittadini. Almeno di quelli che sapevano leggere e scrivere! Tuttavia, stante il fatto che la sinistra fosse andata al governo con lo statista Agostino Depretis, permanevano scandaletti, scandalucci e malversazioni che (come noto) erano già da allora la linfa vitale della politica italiana. Un caso su tutti fu quello del ministro dell’interno Giovanni Nicotera, che per consuetudine faceva trasferire in sedi disagiate i prefetti che si rifiutavano di truccare i risultati elettorali.  Con un elettorato pari a circa il 2 % della popolazione e con un tasso di analfabetismo medio del 50% il gioco diventava un trucchetto facile.

“E se gli scandali saranno necessari non eviteremo gli scandali”, così Sbarbaro esordì nel primo editoriale delle Forche Caudine. Il giornale ebbe subito successo ed in pochi mesi raggiunse tirature impensabili, circa 150.000 copie. Per la verità le sue denunce non furono mai clamorose, anche se in embrione stava maturando lo scandalo della banca romana dei cui risvolti Sbarbaro sapeva poco o niente; ma le ripetute prese di posizione e le polemiche contro i ministri e i potenti gli crearono le prime noie. Contro il ministro Magliani polemizzava per l’attività intrigante della moglie; con il ministro Mancini per la maniera spudorata con cui favoriva la carriera del genero, mentre obiettivo costante di punzecchiature era il ministro Baccelli.

Ma chi era Pietro Sbarbaro?  Nato a Savona nel 1838 si dimostrò fin da giovane uomo d’intelligenza eccezionale e di vasta cultura. All’età di soli 14 anni entrò in assiduo rapporto epistolare con Cavour che, ignorando l’età del corrispondente, argomentava e discuteva con lui progetti di legge e dibattiti parlamentari. A soli 17 anni tenne un corso universitario di letteratura dantesca e, laureatosi poi in filosofia del diritto, proseguì la carriera universitaria occupandosi nel frattempo anche di politica e attività sindacale. Aveva opinioni politiche discordanti ed in ogni caso era antimazziniano ed anticlericale; rappresentò la Società operaia di Savona al congresso di Firenze del 1861.

La sua tumultuosa vicenda iniziò durante la sua docenza presso l’università di Parma. Il ministro della pubblica istruzione Guido Baccelli fece sospendere 4 studenti colpevoli di essersi iscritti ad una società segreta di indole repubblicana. Sbarbaro s’indignò e spedì al ministro in questione un telegramma che oltre alle proteste conteneva una frase considerata dal ricevente particolarmente offensiva: “Difensore del Papa-Re”, allusione ai rapporti poco chiari che il Baccelli aveva intrattenuto con il Vaticano prima del 1870. Il ministro se ne ebbe a male e a più riprese iniziò un vivace scambio di invettive, che culminarono con il licenziamento del docente. Ci furono reazioni dure da parte di molta parte del mondo accademico e il Baccelli, per attenuare il provvedimento, dispose affinché fosse concesso un sussidio al professore rimasto senza stipendio, il quale sdegnosamente rifiutò. Gli uomini del ministero pensarono bene di far firmare l’accettazione alla moglie Concetta che, preoccupata per il suo futuro, firmò. Quando Sbarbaro lo seppe andò su tutte le furie, non se la prese con la moglie, ma con l’ideatore dell’intrigo. Lo aspettò in strada e quando gli fu davanti gli sputò! Seguì immediatamente una querela, che costò a Pietro Sbarbaro un mese di galera.

Oramai gli restava solo il giornalismo, e attraverso gli editoriali delle Forche Caudine continuò imperterrito con le sue denunce, accumulando nemici tra i potenti dell’epoca tanto che il genero del ministro Mancini, ricorrendo alle vie legali, riuscì a far condannare nuovamente Sbarbaro ad 8 mesi di reclusione. Quando il detenuto uscì dal carcere una piccola folla era ad attenderlo per complimentarsi con lui. L’affare Sbarbaro continuò a lievitare ed il potere politico lo vedeva come il fumo negli occhi. Un successivo articolo che riguardava le malefatte di Costanzo Chauvet, direttore di un altro giornale, gli costo un’ulteriore condanna a due anni per “violenza nei confronti dei depositari del pubblico potere” e per aver inviato una lettera ricattatoria alla moglie del ministro Magliani (documento mai esibito in fase processuale). Stante l’estrema fragilità delle accuse, Sbarbaro ricorse in appello, ma la corte gli aumentò la pena a 7 anni.

Questa volta la liberazione dal carcere avvenne per il voto degli elettori di Parma, che lo inviarono alla camera con le elezioni del 1885. Adesso il potere politico aveva la serpe in seno, ed il giornalista continuò imperterrito ad alimentare la sua campagna di denuncia del malaffare, provocando accesi dibattiti e qualche tafferuglio in aula. Ma sul suo capo pendeva sempre il ricorso in Cassazione, e quando la corte chiese l’autorizzazione all’arresto il parlamento, ben felice, la concesse. Sbarbaro fu tradotto in un carcere della Sardegna dove per le precarie condizioni di detenzione si ammalò. Tornò a Roma nel 1893, distrutto nel fisico e nel morale. Morì poco dopo in assoluta povertà.

Allora funzionava così!

 

 


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