TESTO DI

M.G.

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Congerdesign da Pixabay

Io, medico, paziente ed amica



Testimonianza di una dottoressa in prima linea contro il COVID 19

Ciao a tutti. Sono un medico che lavora in un ospedale di provincia che attualmente è stato trasformato in ospedale Covid a bassa intensità di cura.

Scrivo per raccontare la mia duplice esperienza di medico e di paziente.

Ricordo ancora quando il 7 marzo (ancora nel nostro reparto sembrava tutto tranquillo) sono scesa dai miei genitori per far giocare i miei bimbi coi nonni. L’8 ci viene comunicato che una paziente ricoverata da noi era positiva al tampone… Era l’inizio della battaglia. Sono seguiti dei giorni in cui ogni tanto veniva riscontrato un nuovo caso positivo e non avevamo ancora tutti i presidi necessari per proteggerci. Così subito all’inizio della mia avventura ho contratto il Coronavirus e ho contagiato anche mio marito e i miei bimbi di due anni e mezzo e 11 mesi. I bimbi dopo due giorni stavano bene, con tanta voglia di giocare come è tipico della loro età. Io e mio marito siamo stati sintomatici per circa 10 giorni e ci dividevamo la gestione in modo che a turno provassimo a riposare un po’. Sono stati giorni di stanchezza e preoccupazione (se peggioriamo tutti e due dove mettiamo i bambini che sono positivi e rischiano di infettare gli zii o i nonni?!)

In questa situazione siamo però rimasti stupiti dal fatto che questa malattia che a livello mediatico risuona per la sua capacità di creare solitudine (siamo in quarantena, a casa, con negozi e fabbriche chiuse distanziamento sociale, pazienti ricoverati soli, pazienti che muoiono soli) la nostra esperienza è stata caratterizzata dalla parola compagnia.

Dal primo istante in cui ho comunicato ad amici e parenti che eravamo ammalati da Coronavirus siamo stati al centro di un’attenzione e una cura commovente. I nostri parenti ci facevano videochiamate quotidiane oltre che per sapere come stavamo per far compagnia ai bambini, ci hanno fatto arrivare diversi regali con Amazon che i corrieri depositavano fuori dalla porta di casa nostra per aiutare i miei bimbi ad affrontare un lungo periodo di reclusione (non abbiamo neanche un balcone in casa), diversi amici ci hanno fatto la spesa o portato le medicine. La pediatra dei miei figli ci chiamava tutti i giorni per sapere dei bambini e un giorno (dopo che le avevo detto della mia preoccupazione sulla gestione dei bimbi se fossimo stati costretti ad andare in ospedale) mi ha detto che nel caso li avrebbe presi in casa lei. Mi ha commosso un’attenzione del genere veramente non scontata.

Un nostro amico sacerdote, don Peppino, il giorno stesso della diagnosi mi ha chiamato dicendo che quella sera la messa a porte chiuse l’avrebbe celebrata per noi. E un altro nostro amico sacerdote, don Santo, che mi sentiva praticamente tutti i giorni quando mi ha sentita abbattuta perché dopo dieci giorni ancora non vedevo grandi miglioramenti ha iniziato a portarci la comunione a casa (chiaramente in sicurezza). Tutte queste persone sono state per noi segno di Cristo che si faceva presente nella nostra vita che ci faceva sentire amati e preziosi. La solitudine del virus non ha vinto sulla nostra famiglia.

Contemporaneamente ci accompagnava la preghiera serale del Rosario. Una sera mio marito mi disse: il rosario non diciamolo solo per noi e perché termini l’emergenza ma ricordiamo tutti quelli che sono soli senza aiuti, per gli anziani, per chi soffre e non può vedere i familiari.

Quando dopo circa tre settimane ho avuto due tamponi negativi sono rientrata al lavoro. Mi portavo negli occhi e nel cuore la compagnia che aveva caratterizzato la nostra storia, Cristo che si era fatto incontrabile e amico in tante persone intorno a noi.

Entrando in ospedale ho visto invece la famosa solitudine del virus di cui tutti parlano. Siamo un reparto a bassa intensità di cura per cui da noi ci sono o pazienti che stanno tutto sommato bene o pazienti che per patologie pregresse ed età non beneficerebbero delle cure intensive (e sono quelli che spesso muoiono.)

Dei 18 pazienti che dovevo seguire 16 stavano abbastanza bene e due erano in gravi condizioni. Sono abituata per lavoro a parlare con la famiglia e dare “brutte notizie”. Ma quando questo accadeva di solito la famiglia era lì con il proprio caro per accompagnarlo. Magari li facevamo stare insieme in camera per fargli compagnia fino in ultimo. Stavolta era diverso. Mi chiama la figlia di una delle due pazienti e mi dice che vorrebbe tanto salutare la mamma. La signora sta morendo e vicino a lei non c’è un familiare non c’è un amico. La presenza di Cristo che per me era stata così dolce non poteva concretizzarsi per lei in familiari o amici. Sono andata da lei con il mio telefono in mano (non avevamo ancora i telefoni aziendali per le videochiamate dei pazienti) e ho chiamato la figlia. Hanno così potuto salutare la mamma, la nonna. La signora quando ha visto i suoi parenti ha cambiato espressione, ha fatto un sorriso bellissimo. Era la prima volta che assistevo in stanza al commiato dei parenti. La figlia le ripeteva continuamente ti voglio bene e io nascosta dietro il telefono piangevo insieme a lei. Nei giorni successivi le condizioni della signora sono progressivamente peggiorate e la paziente non era più in contatto per cui non è stato possibile più farle vedere le figlie ma ogni volta che le sentivo per aggiornarle mi dicevano: visto che non possiamo salutarla noi per favore le faccia una carezza da parte nostra, le dia un abbraccio lei che può.

Io tenevo quella stanza sempre alla fine della visita. Entravo dalle due pazienti morenti, facevo una visita rapida (quando si arriva a un certo punto non si può far niente dal punto di vista medico) poi (anche se non se mi avranno sentito o meno) parlavo con loro, dicevo loro quanto i parenti le volessero bene e pregavo per loro. Poi uscivo dalla stanza. La bellezza di quella compagnia che avevo ricevuto in quarantena doveva arrivare anche nella stanzetta sperduta di un ospedale di provincia. Da queste telefonate sono rimasta molto legata alla figlia per cui ci siamo dette che quando questo finirà ci vogliamo vedere per abbracciarci e conoscerci.

Da quell’episodio mi sono resa conto del bisogno di compagnia anche in chi non è moribondo ma magari “fuori dal mondo” perché anziano e non del tutto in grado di usare telefono di ultima generazione. Per cui la mattina metto il mio telefono in un sacchetto di plastica, lo tengo sul carrello e a chi non può farlo diversamente faccio fare le videochiamate. Nel mio giro visita oltre che visitare i pazienti e aggiustare terapie sto cercando di dedicare un momento di chiacchiere di attenzione a tutti perché la solitudine non prevalga.

Questa pandemia mi ha costretto ad andare più a fondo del bisogno del mio cuore (il bisogno di compagnia, di salvezza, di eternità) Non siamo più solo medico, parente o paziente…  Siamo fratelli e insieme chiediamo (anche nel pianto) che si faccia compagnia l’Unico che può dare un senso e una risposta al nostro bisogno.

 

 

 


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