TESTO E FOTO DI

Carlo Maria Milazzo

A Gerusalemme con padre Richard



Quarant'anni dopo, il ricordo di un viaggio sulle orme di Giuda

Se volete inviare una lettera a Dio, come indirizzo sulla busta scrivete “Gerusalemme”.

Jerusalem è la capitale di tre monoteismi con i loro luoghi sacri raccolti in 2 chilometri quadrati: Muro del Pianto/Cupola della Roccia/Santo Sepolcro. (Chi vuole obiettare che tre monoteismi si elidono a vicenda è pregato di passare in altro momento).

Sul Golgota la basilica del Sepolcro, che fa riferimento al Dio cristiano, è lottizzata tra chiesa greco-ortodossa/chiesa cattolica/chiesa armena/chiesa siriana/chiesa copto-egiziana/chiesa etiope (relegata nel cortile). A Jerusalem hanno una sede anche i Drusi, che si collegano allo suocero di Mosè/i Circassi, islamici sunniti/i Bahai, persiani pure loro monoteisti.

Inoltre: 3200 anni fa Gerusalemme è dei Gebusei (popolo cananeo con divinità della pioggia/degli inferi/della guerra). Poi è conquistata dagli ebrei di Re David. Poi espugnata e ricostruita dai Babilonesi (adoratori di mare, terra e di Marduk, discendente del Sole). Poi è la volta di ellenisti e romani a paganizzare i templi. Poi i bizantini la cristianizzano, i mongoli sciamanisti e buddhisti la invadono, il califfo arabo Omar la prende d'assalto. Poi vengono i crociati, i mamelucchi, gli ottomani, gli inglesi, i giordani. Nel 1949 la città torna in gran parte in mano ebraica.

Se non trovate Dio a Gerusalemme probabilmente siete in overdose da Friedrich Nietzsche.

 

Essendo la religione l'oppio dei popoli, a 25 anni io mi fumo tutta la Bibbia, pagina per pagina. Mi faccio anche qualche canna con fogli delle Upanishad, di Confucio e del Corano. Non ho particolari visioni, tipo Gesù che fa jogging sul mare di Tiberiade/la montagna che si inciampa nell'andare a Maometto/una scazzottata tra l'Atman trasparente e il mantellato Batman. Poiché Giordano Bruno consiglia di adottare la religione del luogo natio, mi reputo comunque un affiliato al Cristianesimo di Santa Romana Chiesa.

A metà settembre 1983 decido di andare in Israele, in cerca... semplicemente in cerca. È una stagione sconsigliatissima per recarsi in Terrasanta e comprendo il perché appena atterro a Tel Aviv. Mentre sono sulla scaletta dell'aereo due soldati con elmetti verdi risalgono controcorrente i passeggeri: puntano me, esclusivamente me: Mi afferrano ognuno per un bicipite, mi trascinano giù e mi sequestrano su una jeep. Vengo portato in un ufficio davanti ad un altro militare graduato, dal busto cubico. Ho una dizione scolastica e zoppicante dell'inglese, ma giuro che nel colloquio col soldatone parlo spedito, con lingua a locomotiva di Pendolino. Per un'ora vengo interrogato su tutto quello che ho fatto nel mio primo quarto di secolo/sulle persone che ho avuto accanto/su militanze politiche/sui timbri sul passaporto ecc. A parer mio, l'unico indizio di sospettabilità a mio carico è quell'aria da poeta maledetto che mi cucio addosso: capelli e barba un po' lunghi, occhi o troppo incazzati o troppo sognanti, giacca di velluto vissuta. Vengo poi affidato a una donna soldato, anche lei con l'elmo e così concentrata che sento i suoi denti arrotarsi. La ragazza mi guida tenendo la punta del fucile contro la mia coscia e mi fa girare dandomi dei colpi col calcio su questa o quella spalla. Recuperata la valigia, gliela devo aprire su un banco. Lei rovista e mi confisca un libretto di Eliot. Poi mi accompagna all'uscita dell'aeroporto. Ho già respirato un'ansia così diffusa e profonda che dovrebbero aggiungere del Tavor nell'aria dei condizionatori.

 

Vado alla vicina stazione delle corriere. Sul bus si entra solo dalla porta anteriore. Il biglietto si acquista soltanto dal conducente e si forma una lunga fila per la salita. La faccia da Menachem Begin dietro a me dice che la lentezza della coda, la sosta forzata prima di montare in vettura, la necessità di guardare e parlare con l'autista che ti valuta all'istante, tutto questo può indisporre un terrorista che ha in mente di farsi saltare sul mezzo. Innervosendosi, l'attentatore può far detonare la cintura esplosiva all'esterno, limitando le vittime a qualche sfortunato della coda piuttosto che provocare il massacro nell'ambiente chiuso del bus. Il Begin mi rammenta che i martiri della Jihad islamico-palestinese imbottiscono le cinture-bomba di metalli infetti.

Mi siedo in fondo al pullman, pensando che un terrorista, per ampliare il raggio delle schegge, si farebbe saltare a centro bus. Gerusalemme arrivo, tra 70 Km, se scampo alla roulette russa.

 

A Jerusalem alloggio alla Casa Nova, foresteria gestita dai Frati Francescani Minori, unico ordine cattolico ammesso alla custodia di luoghi legati al Cristo. Nella mia prima mattina faccio colazione con melagrane di stagione e bagel, ciambella dolce. Mi siedo di fronte a un giovanotto anche lui ospite dell'ostello (il ricordo di questa persona, accantonato fino a qualche giorno fa, mi è riaffiorato dopo recenti parole di Papa Francesco). Il ragazzo è davvero molto bello: adesso lo assomiglio a Viggo Mortensen, l'Aragorn del Signore degli Anelli. Alto/capelli come parentesi nere a chiudere il volto lungo/barba rada/occhi grigi densi di carisma/sorriso gentile. Si chiama Richard, ha 32 anni, ha ricevuto il sacramento dell'Ordine da 3 mesi. È un prete anche se nessuno indovinerebbe il suo stato clericale. Veste camicia nera a maniche arrotolate e jeans slavati. È di Winnipeg, città lacustre del Manitoba, Canada. Parla francese e inglese come molti canadesi. Conosce bene l'italiano perché è stato seminarista a Roma. Ci stiamo istintivamente simpatici e ci diamo appuntamento a metà pomeriggio.

 

Quella mattina e le due successive prendo altri bus. Mentre aspetto alle fermate insieme a ragazzi di etnia russa/egiziana/libanese/tedesca/argentina/polacca/australiana ad ogni battito di palpebre mi compaiono immagini di autobus sventrati avvolti dalle fiamme. Una tecnica terroristica è quella di lanciare auto piene di tritolo sulle piccole folle in attesa dei pullman. Le immagini mi si arricchiscono di corpi sanguinanti, di arti sparsi sulla strada, di ambulanze e infermieri soccorritori. Ma, come ho da poco appurato, nella Bibbia ricorre esattamente 365 volte l'espressione “non temere”, in pratica un invito quotidiano di Dio alla tranquillità. Non temo, vado a Ramallah e Nablus/Gerico e Mar Morto/Betlemme ed Hebron, non ci lascio la ghirba.

Nel pomeriggio passeggio con Don Aragorn per le strettissime vie della Città Vecchia. Il quartiere cristiano è fatto di case arabe gialline/ha molti passaggi coperti con negozietti che mostrano icone, rosari, candelabri di rame, piatti con colombe in volo, crocifissi in legno d'olivo/è invaso da gruppuscoli di pellegrini cinguettanti, con alla testa un sacerdote, un pope, un diacono siriaco. Il quartiere armeno è pulitissimo e deserto se non si contano i tre sacerdoti incappucciati davanti alla Cattedrale di San Giacomo. Il quartiere musulmano è un suq affollatissimo, con botteghe che vendono cipolle, datteri, spezie variopinte, sciarpette di seta, burka penzolanti da grucce, cammelli-portacenere in ottone. Cosa hanno in comune i tre quartieri? Svariate coppie di soldati armati, in pattuglia.

Sdoganati da un metal detector Richard ed io entriamo nello slargo antistante il Kotel, il Muro del Pianto. Dobbiamo indossare una kippah. Veniamo smistati nella zona riservata agli uomini. Le donne vanno in uno spazio più ristretto. Il Kotel è il muro di contenimento del Secondo Tempio, costruito nel 515 a.C. sulle rovine del Tempio del Re Salomone: è il solo residuo sacro con cui gli ebrei possono evocare la loro intesa col divino. Il posto è biblicamente associato al monte Moriah, dove Dio raccoglie la terra per creare Adamo, dove Dio stoppa Abramo nell'uccisione del figlio Isacco (l'uomo viene restituito all'uomo, l'uomo non è proprietà di Dio), dove Salomone espone nel Tempio le Tavole della Legge, avute da Mosè sul Sinai.

In prima fila i rabbini portano cappello tondo di panno/soprabito nero che arriva sotto le ginocchia/cintura a dividere genitali e cuore/pantaloni lunghi blu oppure pantaloni a metà polpaccio abbinati a calze bianche. Alcuni hanno boccoli a cavatappo che scendono dalle tempie. I rabbini recitano le preghiere di Mincha, quelle prima del crepuscolo. Ondeggiano come lancette di metronomi. Alcuni di tanto in tanto battono la testa sul Muro. Gli altri ebrei pregano a voce alta, mani giunte sul petto. Qualcuno va a infilare nelle fessure del Kotel un bigliettino con un desiderio scritto.

Se si guarda diritti il Muro si può brevemente dimenticare la tenaglia delle due moschee che incombono dalla spianata soprastante: a sinistra la moschea di Al Aqsa e a destra La Cupola d'Oro. Questa seconda moschea, detta anche della Roccia, è quella mezza arancia che sembra avvitata su uno spremiagrumi. In ogni foto di Gerusalemme domina col suo rivestimento che pare aver catturato per sempre il tramonto. È il terzo luogo più importante dell'Islam, dopo la Mecca e Medina. Ha un perimetro ottagonale che circonda la Pietra della Fondazione, da cui il profeta Maometto nel 620 spicca il volo per ascendere ai cieli (sì, ai cieli, visto che ne visita 7 e nell'ottavo, si porta a soli due archi di distanza da Allah). Salgo con Richard alla moschea di Al Aqsa. Mentre osserviamo il porticato d'accesso, il custode in caffetano dorato ci viene a sussurrare: “Questo è il posto più vicino al paradiso”.

Andiamo a cenare in un piccolo ristorante armeno. Don Aragorn dà una manciata di shekel a un ragazzo sulla porta. Mangiamo i topik, polpette di ceci/patate/cipolle/noci/ribes.

 

Il secondo pomeriggio, con un piccolo bus preso fuori Porta dei Leoni, io e the canadian priest raggiungiamo il Monte degli Ulivi. È forse il punto panoramico migliore sulla Città Vecchia. Gli ulivi sono millenari, tronchi a trecce, guizzi d'argento dalle foglie. Sono recintati per impedirne la spogliazione da parte dei tanti che vorrebbero strappare un rametto-ricordo. Dal Monte, 40 giorni dopo la resurrezione, il Cristo Gesù ascende con tutto il corpo al cielo: secondo gli Atti degli Apostoli i discepoli lo guardano staccarsi da terra finché “una nube lo sottrae ai loro occhi”. Nel libro di Zaccaria del Vecchio Testamento, il Monte è il luogo dove il Dio-Messia si presenterà alla fine dei tempi, per spaccarlo e far risorgere i morti. Sul lato occidentale digrada a valle un enorme cimitero con 150000 lapidi bianche. Ebrei, da Assalonne-figlio di Re David fino al rabbino Kook nel 1935, hanno preteso la tumulazione in questo camposanto: vogliono essere in prima posizione per l'evento della rigenerazione dei defunti. Tanti altri ebrei ambirebbero alla tomba sul Monte, ma il cimitero è al momento sold out.

Con Don Aragorn optiamo per la discesa a piedi. In 20 minuti siamo alla Porta di Damasco, maestosa, grigia con riflessi di sole, fiancheggiata da due torri. Ci sediamo su un gradino fuori l'ingresso: Contempliamo tutto, ma proprio tutto il mondo entrare o uscire dalla porta. Se i soldati di sorveglianza chiedessero i documenti a ogni passante, controllerebbero passaporti di almeno 150 Stati del globo (anche se non potrebbero mai imbattersi in un passaporto palestinese). Una mendicante chiede l'elemosina a 7 metri da noi. Donna/musulmana/avvolta in un mantello blu-Madonna/con un fazzolettone nero che occulta anche il volto/ha accanto un piatto azzurro in cui appoggio 40 shekel.

Ceniamo in un locale arabo, dopo che Richard ha allungato due banconote al ragazzo sulla porta. Mangiamo mutabbaq, pasta sfoglia ripiena di cipolle e manzo macinato.

 

Il terzo pomeriggio, escursione al Cenacolo. Usciamo dalla porta di Sion e in un quarto d'ora arriviamo sul Monte omonimo. Due francescani barbutissimi recitano il vespro accanto a un cipresso. Ci mettiamo a sedere su due sassi, dando le spalle al complesso che riunisce Tomba di David/Cenacolo/Chiesa della Dormizione. Il luogo è condiviso dalle tre grandi religioni: gli ebrei omaggiano la sepoltura di David, secondo Re di Israele e parente del futuro Messia/gli islamici reputano David un profeta e lo venerano/i cristiani rammentano che lì sono avvenute l'Ultima Cena e l'assunzione di Maria al cielo.

Sul Cenacolo l'evangelista Marco scrive: “Il primo giorno degli Azzimi Gesù manda due discepoli dicendo loro:

Don Aragorn ed io abbiamo lo sguardo rivolto alle mura, che il tramonto colora di ambra in alto, di rosa in mezzo e di viola in basso. Dialoghiamo, all'incirca così:

Io: -Un Grande Buono ha spesso una morte plateale, in modo da essere pianto nel tempo a venire per mezzo del ricordo della sua morte clamorosa-

Don Aragorn: -Un Grande Buono sussiste solo se c'è una figura di secondo piano che gli permetta di conquistare la ribalta. Una spalla, sia esso un mandante o un delatore o un esecutore, è indispensabile per sublimare il trapasso del Grande Buono-

Io: -Per far risaltare al massimo un Grande Buono occorre qualcuno che interpreti il Grande Cattivo. Il grande peccatore deve opporsi all'impeccabile-

D.A.: -All'Ultima Cena Cristo Gesù chiede a tutti gli Apostoli chi voglia diventare il Grande Cattivo, l'antagonista perenne-

Io: -La missione è difficile. Bisogna immergersi nel nero d'abisso che faccia baluginare, per contrasto, il bianco della luce-

D.A.: -Chi ha la temerarietà di incarnare l'antitesi di Gesù, il Grande Buono? Chi ha il coraggio di consegnarsi al buio dei secoli? Chi ha la certezza di non venire eternamente incolpato di omicidio, magari dal Padre del Cristo Gesù?-

Io: -Gli Apostoli sono riluttanti a interpretare il ruolo del super Cattivo. A turno, timidamente, chiedono: “Sono forse io?”-

D.A.: -Pure Giuda domanda: “Sono forse io?”. E Gesù gli conferma :”Tu l'hai detto”-

Io: -Il soprannome Iscariota è poi perfetto: contiene la parola “sicario”-

D.A.: -Il sicario è proprio un assassino, che di solito uccide dopo aver pattuito un compenso-

Io: -Nell'orto del Getsemani Giuda indica ai soldati Gesù. Ma i soldati hanno bisogno di sapere dove sia il Cristo? Gesù non è latitante. Viene da un osanna plebiscitario di qualche giorno prima-

D.A.: -Scrive Thomas De Quincey: “Per identificare un Maestro, che quotidianamente predica nella sinagoga e che compie miracoli dinanzi a migliaia di persone, non è necessario il tradimento di un Apostolo”-

Io: -Quando Gesù vede Giuda nel Getsemani gli dice:”Amico, sei qui”-

D.A.: -Giuda è un amico, l'amico del cuore. Giuda non addita Gesù agli sgherri da lontano. Lo bacia in segno di fratellanza e Gesù accetta il bacio come sigillo di un patto d'amore-

Io: -Giuda è uno dei 12 eletti dal Cristo. Il Figlio di Dio non può avere sbagliato una scelta-

D.A.: -Non con il bacio della madre o con quello di un Apostolo prediletto o con quello di un Apostolo dormiglione nell'orto Gesù parte per la terribile Passione. Il tenero bacio di Giuda è l'ultimo calore che tocca Gesù prima del suo doloroso calvario-

Io: -Giuda si impicca prima della crocefissione del suo Maestro. Ha eseguito il proprio altissimo compito. Come Grande Cattivo non potrà più diventare un Apostolo predicatore-

D.A.: -Il suicidio lo ammanta ancor più di negatività-

Io: -Prima di allestire il cappio, Giuda butta la borsa con la ridicola ricompensa dei 30 denari-

D.A.: -La sciocchezza di due soldi contro l'immensità di un evento cosmico-

Io: -30 denari sono davvero pochissimi. L'evangelista Marco racconta di una donna che rompe un vasetto di alabastro per spalmare l'olio contenuto sul capo di Gesù. Secondo Marco il prezzo della boccetta è di 300 denari-

D.A.: -Il valore di Gesù può essere quello di 10 gocce di nardo? Un Apostolo, vagliato per le sue capacità intellettive superiori, può assimilare il suo Maestro a una unzione di profumo?-

Scendiamo dal Monte Sion che stanno spuntando le stelle: chissà quali sono incaricate di formare lo scheletro di Dio. Richard ed io consumiamo la nostra Ultima Cena in un ristorante kosher: hummus con funghi/cipolle alla griglia/uova sode/pita da scarpetta. Anche in questa occasione Don Aragorn devolve un po' di shekel a un ragazzo. E qui mi svela l'arcano: con una mancia anticipata si attiva una sorveglianza supplementare, oltre quella dei soldati di ronda, contro i possibili terroristi.

 

La mattina dopo: colazione insieme, abbracci, poi Richard prende un bus per Tel Aviv. Nel pomeriggio io salgo su uno per Nazareth. Ma torniamo al punto in cui ho detto che il ricordo di Richard mi è stato suscitato da un intervento di Papa Francesco. Poco tempo fa Francesco menziona due sculture presenti su un capitello del X secolo nella basilica di Santa Maria Maddalena di Vézelay, Borgogna. Da un lato del capitello è scolpito Giuda impiccato, dall'altra il buon pastore, che si è caricato in spalla il corpo morto dell'Iscariota. Il buon pastore, null'altri che il Cristo secondo le parabole evangeliche, si porta via il cadavere e sorride dolcemente. Il buon pastore si accolla un amico, per sottrarlo alla sepoltura vergognosa riservata ai suicidi, quella dopo il tramonto. Papa Francesco cita a bassa voce il teologo Hans Urs von Balthasar che iscrive Gesù e Giuda nello stesso disegno determinato da Dio. E si sente che Francesco ha letto attentamente il Vangelo apocrifo/gnostico di Giuda, nonché il racconto del suo connazionale Jorge Luis Borges. Il Vangelo e lo scrittore argentino presentano Giuda come l'eletto deputato all'avverarsi del sacrificio della parte umana del Cristo, affinché possa glorificarsi la  parte divina del Cristo stesso......... Una pletora di cardinali, vescovi, parroci, milizie mariane/arcangeliche/templari si è inalberata dopo l'affermazione di Papa Francesco, tacciandolo di follia. Il Papa, infallibile per dogma, è pazzo.......

 

Ritrovo il cognome francese di Richard nel taccuino di appunti dell'epoca, appunti che mi sono serviti anche per questo scritto. Con un magico click scovo Don Aragorn su Wikipedia. Rotondità adipose gli hanno ampliato tronco e viso, i capelli bianchi sono corti e appena ondulati, gli occhi grigi non hanno perso l'ascendente. Per molti anni è parroco a Winnipeg, in una chiesa dedicata, udite udite, a San Giuda. Vescovo a Victoria/Vancouver nel 2004. Nel 2013 Papa Francesco lo nomina arcivescovo metropolita di Winnipeg. Nel 2006 e nel 2017 si trattiene a Roma per le cosiddette visite ad limina, riunioni del Papa con tutti i vescovi del mondo.

 

Caro Richard, sappi che mi sono tornate alla mente altre conversazioni di quei tre soli giorni in cui abbiamo incrociato i nostri passi terrestri. Sappi che da qui in avanti tiferò perché tu sia designato cardinale e, perché no, anche eletto Papa. Ti prometto che quando diventerai Eminenza, il cardinale Richard con mozzetta rosso-bordò , io sarò in piazza San Pietro, ad applaudirti. Un bacio, come quello di Giuda.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


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