TESTO DI

Alessandro Maresca

I giovani, che "invenzione"!



Sono una "categoria sociale" che non è mai esistita

Oggi parlare di giovani e delle iniziative a loro dedicate (normative, strutture, incentivi economici...) è normale. D’altra parte i giovani rappresentano il nostro futuro e sono quindi una risorsa da sostenere adeguatamente per garantire uno sviluppo economico e sociale alla comunità.

Eppure, se ci pensiamo bene, non è stato sempre così. I giovani non sono sempre esistiti, ma sono praticamente una “invenzione” del dopoguerra, e degli anni ‘70 in particolare. Naturalmente non mi riferisco ai giovani come età anagrafica, quanto ai giovani come “categoria sociale”.

Se ci pensiamo bene fino alla seconda guerra mondiale la situazione era molto diversa da quella attuale. I bambini andavano all’asilo (il nido praticamente non esisteva) e poi a scuola (e pochi riuscivano ad andare oltre la terza media, nella migliore delle ipotesi). Appena raggiunti i 15-16 anni si andava a lavorare, prima magari come apprendisti e poi come effettivi. Prestissimo ci si fidanzava e poco dopo i 20 anni ci si sposava. Ci si trovava a essere adulti rapidamente e poi a invecchiare bruciando tutte le tappe. Io stesso, che ho sessant’anni, quando i miei genitori avevano quarant’anni li vedevo già “vecchi” tanto sentivo il distacco fra la mia e la loro generazione… 

Poi le cose sono gradualmente cambiate, sia per l’allungarsi dell’aspettativa di vita, sia perché il benessere sociale ha permesso ai giovani di poter vivere “alla grande” la loro esistenza all’interno di una categoria che, ancorché fragile, può ritenersi comunque protetta.

Il professor Alessandro Rosina, docente associato di demografia alla facoltà di Economia all’Università Cattolica di Milano afferma che l’aspettativa di vita di 79 anni per gli uomini e 84 per le donne ha fatto sì che si spostassero in avanti le varie fasi della vita. Secondo Rosina si è dunque bambini fino ai 15 anni (mentre fino agli anni ’60/’70 lo si era fino a 11), giovani dai 16 ai 24 anni e giovani adulti (nuova fascia d’età in precedenza non considerata, dal momento che a 25 anni si era considerati adulti e lo si restava fino ai 60, quando iniziava vecchiaia) dai 25 ai 34 anni.

Oggi, dunque, si diventerebbe adulti a 35 anni per restarlo fino a 54 (si passa poi ai “tardo adulti”, ai “giovani anziani” dai 65 ai 74 anni, “anziani” dai 75 agli 84 ed infine “grandi anziani” dagli 85 in poi). Questo è la conseguenza anche della carenza di lavoro, che non permette ai giovani di uscire di casa troppo presto e diventare effettivamente adulti indipendenti, come invece accadeva normalmente, sia pure con tutti i problemi del caso, in passato.

Come contrappasso c’è da dire che oggi, i giovani che lavorano sono sottoposti a una responsabilità importante che è quella di pagare, con i loro contributi, la pensione dei loro genitori e nonni… senza avere la sicurezza che qualcuno, poi, la pagherà a loro.

D’altro canto, però, per la categoria dei giovani sono previsti incentivi importanti per l’avviamento al lavoro di nuovi imprenditori e per la realizzazione di start up. Così come alcune agevolazioni sono previste per le ditte che accettano di assumere giovani.

Nella normativa che regola l’agricoltura si è giovani fino a 40 anni e fino a questa età, a partire dai 18 anni, si può accedere ai finanziamenti nazionali e comunitari.

Molte conquiste sono state fatte dai giovani di oggi. Per esempio in passato, salvo casi eccezionali, ai giovani non si dava credito; questi dovevano stare zitti, ascoltare e obbedire. Oggi lanciano appelli e si confrontano con i grandi del mondo a testa alta. (Vedi Greta Thumberga, anche se poi le strumentalizzazioni sono sempre dietro l’angolo)

Per evitare però fratture sociali, nell’ambito della globalizzazione è necessario creare un’alleanza fra “giovani” e “anziani”. Una persona anziana o comunque in età matura dovrebbe aver acquisito un bagaglio di saggezza, di cui oggi i giovani difettano. Da una parte, quindi, abbiamo la conoscenza, dall’altra, auspicabilmente, la saggezza, che presuppone razionalità, indispensabile nelle decisioni importanti che spesso i giovani non sanno prendere. E’ quindi in questo contesto che deve nascere una nuova alleanza tra giovani e anziani.

C’è da dire, poi, che i giovani, a cui non mancano le disponibilità economiche, garantite dalla famiglia quando questi non hanno un proprio lavoro, hnno messo in moto tutto un indotto economico dello svago e del divertimento, impensabile fino ad Dopoguerra.

Una volta al di là delle sale da ballo (si andava il pomeriggio e comunque chiudevano a mezzanotte), pizzerie (con moderazione) e qualche bar frequentato da giovani, pochi altri (come il cinema), se non le case degli amici, erano i luoghi dove ci si poteva ritrovare. Pochi avevano il lusso di andare in giro in motorino e solo i ricchi in macchina. Si andava a piedi oppure in bicicletta.

Oggi tutti i giovani sono motorizzati e per i luoghi di ritrovo c’è solo l’imbarazzo della scelta. Dalle discoteche (aperte solo la notte) alle palestre, dai pub a ristoranti e pizzerie… sono disponibili moltissime attrazioni “mangiasoldi” che, per quanto costose e fracassone, sono sempre meglio dell’isolamento davanti a uno smartphone o un computer.

L’evoluzione e dello status dei giovani purtroppo però si è portata dietro anche falsi valori e incoerenza nella gestione degli stessi. Uno per tutti l’amicizia.

Come era bello quando gli amici erano veri, reali, concreti e potevi contare su di loro nei momenti di difficoltà. Oggi - anche se per fortuna non è la regola - gli amici sono diventati virtuali - quando mai avremmo pensato di avere degli amici senza conoscerli di persona? -, e tutto quello che possono fare per te è mettere un like, senza per altro provare nessun sentimento e interesse, sulle foto delle nostre indimenticabili vacanze postate sui social network...

 

 


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