TESTO E FOTO DI

Carlo Maria Milazzo

Giacometti, l'uomo che cammina



Una mostra a Verona, al Palazzo della Gran Guardia

Il 4 febbraio 2010, dopo otto minuti di intensi rilanci, viene raggiunto il nuovo record mondiale per la vendita di un'opera all'asta. A Londra vengono pagati, per la scultura più significativa di Alberto Giacometti, 74.200 milioni di euro. La scultura, denominata “L'uomo che cammina”, è creata dall'artista svizzero nel 1960.

 

L'uomo che cammina di Giacometti è fatto della stessa materia di cui è fatta la matita degli studenti, rosicchiata da denti nervosi ma dritta e indistruttibile. L'uomo che cammina è il soffio essenziale dentro una buccia di bronzo: l'anima non scappa, lo spirito sbatte come un moscerino prigioniero. L'uomo è al punto massimo di magrezza, un bruco anoressico, un biafrano in tempo di carestia, un bersaglio che viene mancato anche dalle zanzare. L'uomo non può permettersi un'ernia vertebrale, che formerebbe una gobba/lo stomaco può accogliere solo uno spaghetto alla volta/l'intestino va giù sicuramente senza curve. L'uomo proietta un'ombra minima. L'uomo tende alla soglia dell'invisibile/visibile, al limite lievissimo tra vita/non vita, al dubbio tra spettro e sagoma. In un caffè di Saint-Germain-des-Prés, Jean Paul Sartre (faccia da rospo con occhiali tondi) riconosce a Giacometti (faccia da ciclista con i capelli alla Felice Gimondi) che l'uomo che cammina è sull'uscio tra l'Essere e il Nulla. Se sull'uscio c'è una morte eterna, amen. Ma se sull'uscio c'è una nascita, allora è l'originalità. Allora è l'originalità di Giacometti. L'uomo che cammina è così sottile che potrebbe passare per la cruna di un ago, lui sì, non un cammello e nemmeno un uomo ricco. L'uomo è affusolato come un giunco che, si sa, non si spezza neanche nell'uragano. L'uomo (183 cm) è altissimo: il sangue per tornare dal calcagno al cuore deve prendere un taxi. Lo sguardo dell'uomo è ieratico, sicuro, quello di chi potrebbe sostenere con Dio qualsiasi discussione. Il naso, del resto, ha già sopportato pugni frontali. I capelli sono un elmo aderente al cranio. In un caffè del Quartier Latin, Jean Genet (faccia da marinaio malinconico) confida a Giacometti (faccia da garagista alla Albert Camus) che l'altezza e lo sguardo della sua scultura fanno sentire l'osservatore a un livello inferiore. È difficile affiatarsi con chi sembra un gradino più su. È difficile familiarizzare con chi guarda sempre avanti. L'uomo indossa boxer arancioni o forse un gonnellino regalato da un capotribù Dogon del Mali. Le gambe-pertiche sono aperte a compasso, segno che per trovare il cammino l'uomo deve prima girare intorno a se stesso. Ma la postura dell'uomo, un po' inclinata in avanti, è da marciatore, segno che la volontà di partire è incontrovertibile. E le mani sembrano guantate, per affrontare l'eventuale freddo. L'uomo che cammina non ha il passo facilitato: stivaletti ortopedici stringono le caviglie/sotto i piedi la tavola da skate non ha rotelle/oppure, sotto i piedi, lo snowboard non sdrucciola su neve complice. Errare humanun est. Camminare è umano, qualche volta errando, sbagliando. Errare è catartico, per consumare la maledizione dell'Ebreo Errante che schernisce il Cristo sulla croce. Ed errare è romantico, come per Parsifal, Cavaliere Errante alla ricerca del Graal tangibile e di quello spirituale. Camminare serve per andare lontano dal paradiso, dove non si mangiano le mele, figurarsi una macedonia. Camminare aiuta a divenire, anche se il corpo tende a svanire. Camminare è mistico, nella fatica che asciuga la carne. In un caffè davanti all'Opéra Garnier, René Char (fronte con tre rughe orizzontali) conviene con Giacometti (fronte con tre rughe ad albatros sovrapposti) che è consigliabile camminare e non indugiare nel solco dei risultati.

 

Ad eccezione degli anni della guerra (1942-45), Alberto Giacometti abita a Parigi dal 1928 all'11 gennaio 1966. Uomo da bistrot, lo scultore può parlare per ore davanti a un tavolino, indifferentemente con un intellettuale/una prostituta/un poeta/una ritrattista/il gestore del locale. Beve almeno una decina di caffè e fuma un intero pacchetto di sigarette. Ma è anche capace di ascoltare a lungo e di rimanere in silenzio, immerso in una concentrazione che quasi spaventa i suoi interlocutori. Da qualsiasi uomo che cammina, in qualsivoglia caffè, dopo una consistente conversazione o dopo un attentissimo ascolto, Alberto Giacometti si congeda sempre con:-Bonne route, mon ami-

“L'uomo che cammina” e altre 80 opere di Giacometti sono esposte fino al 5 aprile a Verona, al Palazzo della Gran Guardia. Fanno da sfondo quadri di Kandinskij, Chagall, Mirò, Derain, Braque e Léger.

 

 

 

 


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