TESTO E FOTO DI

Paolo del Mela

Capoliveri alias Caput Liberum



“E’ il piccolo oscuro villaggio che appare vestito d’azzurro come le antiche immagini nei freschi bizantini”. E’ l’inizio di una poesia di Bartolomeo Sestini, un poeta quasi ignoto per noi continentali , ma popolarissimo tra gli elbani, in particolare in quel paesino arroccato sulla montagna  del ferro, il monte Calamita che si erge a levante di fronte a Porto Azzurro. Lì sotto c’è ancora tanto ferro da influenzare le bussole dei naviganti. Sulla carta nautica è infatti  impressa una avvertenza sulla possibilità di errori di lettura del rilevamento  con deviazioni  fino a 2  gradi circa.

Il paese originale è un agglomerato di case appiccicate l’una all’altra, quasi ad abbracciarsi per farsi coraggio, ma nello stesso tempo tenute a distanza da archi, vicoli e vicoletti quasi a significare la necessità di una certa indipendenza , anche di carattere che distingue da sempre i suoi abitanti. Una vera casbah. Io ci vado in vacanza da tempo, ultimamente ad anni saltuari, ma negli anni settanta-ottanta ci sono stato per sette anni di seguito nel periodo estivo. Motivo? Mi ci trovavo a mio agio anche con il carattere brusco e un po’ piratesco dei suoi abitanti ed ero affascinato sia dall’ambiente un po’ retrò che  dai tanti piccoli segreti che giorno dopo giorno andavo scoprendo nei dintorni. E poi c’era il mare con la sua acqua cristallina le sue scogliere a picco, i suoi fantastici fondali e la pace di certe spiaggette incontaminate dove trovavi la Malachite sul bagnasciuga lavata e levigata dal mare.  Spesso raggiungevo quei luoghi con il mio gommone.

Ma andiamo con ordine: innanzitutto il toponimo latino Caput Liberum, di origine incerta, ma che è impresso sulla facciata dell’attuale edificio comunale. Un po’ di latino non guasta e dà lustro al paese specie con gli stranieri, e poi si attaglia bene con gli abitanti, che per carattere non ne hanno mai voluto sapere di essere comandati. Si raccontano lotte e resistenze contro i soldati francesi nel XVIII secolo e successivamente altrettante resistenze nei confronti del Bonaparte quando fu esiliato all’Elba. D'altronde questo è un paese nel quale l’anarchia ha proliferato alla grande, ha dato i natali a Niccolò Quintavalle , compagno di Gaetano Bresci il regicida, ed è uno dei pochi che ha dedicato un’epigrafe marmorea a Pietro Gori, tra i massimi esponenti del movimento e compositore delle più famose canzoni anarchiche della fine del XIX secolo.  Ma a guardarci bene chi erano i capoliveresi? Minatori per necessità , in un luogo sperduto ed arido che non offriva altra alternativa che l’emigrazione ( Esistono colonie in California a San Francisco e perfino in Brasile nel Mato Grosso). A quelli che restavano era riservata  una dura ma dignitosa miseria, fatta di lavoretti occasionali e sfruttata fino all’inverosimile anche dal governo che tra le tante tasse curiose aveva imposto il “focatico”, una tassa sui focolari delle case , quasi che scaldarsi fosse stato un lusso. L’iniqua imposta è stata abolita nel 1923 sostituita però dalla tassa  di famiglia.  All’ingresso del museo minerario di calamita è appoggiata ad un muro una arrugginita vecchia bicicletta. I minatori che possedevano il mezzo erano dei fortunati  in quanto per recarsi al lavoro percorrevano una polverosissima strada sterrata (lo è ancora adesso) di 6 chilometri fino alla miniera, ma chi ne era sprovvisto dopo una dura giornata di lavoro se la doveva fare tutta a piedi. 6 +6 : si faceva presto a diventare anarchici.

La prima volta che venni in vacanza portai il gommone su una spiaggetta detta degli Stecchi, vi abitavano li in riva al mare un certo Mario che si era costruito una casetta sul greto di un rivo ed accanto una baracca di legno con veranda dove viveva un certo Pietro con una famiglia piuttosto numerosa. Mi azzardai a chiedere se senza impegno mi davano un’occhiata al gommone, e ricevetti subito una brusca risposta “io un fo niente per nessuno”! Passarono i giorni e una mattina mi sentii chiamare e, invitato in veranda, mi offrì una gamba di polpo lessata. Capii che se avessi rifiutato se ne sarebbe avuto a male e così feci la prima colazione in spiaggia e la prima amicizia. Mi piaceva ogni tanto soffermarmi a parlare con lui, mi raccontava tante storie, anche se dopo un po’ si capiva  che erano inventate di sana pianta per darsi un certo tono.

Poi, dagli anni settanta in avanti le cose cambiarono,  il turismo ha portato grandi benefici, nelle pinete sotto il paese sono fiorite ville e villette, altre costruzioni , non sempre regolari, hanno ampliato il paese che per fortuna nella sua veste originaria è rimasto intatto. A vederlo oggi, con il turismo di massa e con gli stranieri che aumentano ogni giorno di più, il centro del paese , in estate, sembra la piazzetta di Capri. Vicoli e vicoletti si sono trasformati in ristorantini all’aperto o in rustiche boutiques mentre la via principale del borgo è una sfilata di banchetti che vendono gadgets ai turisti.  In miniera ci si va solo  per un’escursione turistica, una cosa emozionante ed istruttiva, le strade sterrate ed i sentieri  sono percorsi  da colorati ciclisti e da sportivi podisti che al mattino fanno la loro corsetta godendosi il fresco ed il fantastico panorama del golfo Stella e del mare fino alla Corsica che in certe limpide mattine sembra ad un tiro di schioppo.  E così il piccolo oscuro villaggio è decollato verso un futuro di agiatezza e di benessere diffuso.

E siccome camminando e parlando è passata la giornata e si è fatta sera cosa c’è di meglio che sedersi a tavola e gustare un bel piatto di pesce cucinato alla grande? L’Oasi è molto invitante, ma non siamo nel deserto, basta scendere una rampa di scale e Franco, mettendoti una mano sulla spalla ti accoglie e ti mette subito a tavola. Uno stuolo di ragazze molto bene organizzate ti fa sentire a casa e ti porta il menù: che la cena abbia inizio! Cacciucco, calamari alla brace, branzini e fritto misto ,come se piovesse….e quando esci ti senti soddisfatto e porti con te il ricordo di una bella serata!

 

 


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