TESTO E FOTO DI

Carlo Maria Milazzo

Le chiavi di Anversa



Secondo Newseek la stazione centrale di Anversa è la quarta più bella del mondo. I belgi la chiamano la cattedrale delle ferrovie. Scendo dal treno, arrestatosi in uno dei quattordici binari disposti su tre piani. Contemplo il soffitto in vetri e ferro, alto 44 metri. Poi mi solleticano profumi di pane, di fiori e di birra artigianale che fuggono da un supermercato a due passi dalle rotaie. Transitando per la sala d'aspetto ammiro i venti tipi di marmo che si intrecciano su pavimenti e pareti. La cupola di 75 metri inonda il locale di una luce perlacea.

Un tris di scale avvia alle uscite ed io scelgo quella di sinistra che mi scodella alla porta ovest, davanti ad un vialone. Dopo mezzo chilometro imbocco il Meir, uno spazio in crisi di identità che non ha ancora deciso se essere una larga arteria o una piazza oblunga. Palazzi antichi, come quello che fu dimora di Napoleone, si alternano a costruzioni moderne, come il grattacielo di 87 metri detto Torengebouw. Continuo per Grosenplats, grande slargo ricavato dal vecchio cimitero della cattedrale e chiuso da case che nascondono il lato meridionale e l'abside del duomo (sotto i contrafforti gotici campeggia l'insegna Mc Donald's). Quindi giungo in Grote Markt, il cuore di Anversa.

Sui lati sud e nord del Markt si affacciano edifici che si alzano rettangolari e terminano con mansarde triangolari: sono tutti vetrati, con finestre allineate come strisce di pasta fresca appena tagliata. Hanno nomi intrisi di poesia: casa dell'Angelo buono, casa della Balestra vecchia, casa del Pegno di Spagna, casa della Manica dei Bottai, casa dell'Orso e casa della Bilancia, casa dei Tiratori con l'arco. Il lato ovest è sbarrato dallo Stadhuis, municipio italianeggiante nel porticato e fiammingo nel corpo centrale con frontone. Il lato est è massicciamente presidiato dalla cattedrale di Nostra Signora.

Il centro del Markt è dominato dalla fontana di Silvius Brabo, un giovanotto in posa di corsa, col braccio levato e il pugno che stringe le dita di una grossa mano mozzata. Chi era questo Silvius Brabo?

Vi do due descrizioni dei suoi dati personali.

Prima versione: sul fiume Schelda, un'autostrada liquida che attraversa la città, un gigante chiamato Druon Antigon imponeva dazi esosi alle imbarcazioni in transito. Ai naviganti che non potevano pagare il gigante tagliava una mano che buttava in acqua. Silvius Brabo era un legionario romano, fondatore tra gli altri di Anversa. Affrontò il feroce gigante e lo uccise a colpi di spada. Come trofeo gli recise una delle enormi mani, snudando arterie e vene grosse come tubi.

Seconda versione: un esercito si schierò oltre la Schelda, per sferrare un attacco alla città. I nemici erano il triplo degli abitanti di Anversa e, in caso di invasione, avrebbero raso al suolo centro e periferia. Il fiume era però impetuoso per le recenti piogge e dunque, momentaneamente, non attraversabile con barche e zattere. Silvius Brabo andò da Druon Antigon, un gigante buono che abitava una collina poco distante. Lo convinse, per il bene della comunità,.a farsi amputare una mano e gli otturò il polso troncato con una tavola su cui era issato un grande tamburello, pieno di sonaglini. Insieme ad altri Silvius trasportò la manona in riva alla Schelda, dove fu adagiata sull'elastico di una immane fionda allestita a tempo di record. Ci vollero cento uomini per tirare indietro mano ed elastico. Poi la mano scoccata infilò la forcella della fionda, rimbalzò sull'acqua come un sasso piatto e si schiantò sulla sponda opposta. Uno schiaffo cumulativo atterrò e ammazzò soldati e cavalli. In più, al lancio della mano seguì quello dei dodici tini colmi del sangue colato durante il taglio dell'arto. L'esercitò si spaventò per altre possibili manate e si ritirò. Alla festa musicale della città intervenne Druon col suo smisurato tamburello.

A voi scegliere quale delle due storie sia vera, ricordando che l'etimo di Anversa, Handwerpen, significa “la mano gettata”.

 

La cattedrale, in stile gotico brabantino, ha un portale finemente scolpito, racchiuso tra le basi di una torre e di una mezza torre. La torre svetta, biancastra e longilinea, fino a 123 metri. L'abbozzo di torre, cubico, è alto appena 66 metri. Una terza torre ottagonale spunta al centro del tetto, per dar luce dentro la chiesa.

L'interno è vasto, a sette navate divise da 125 pilastri, senza capitelli. Sull'altar maggiore troneggia l'Assunzione di Rubens, con Madonna giunonica e apostoli ben in carne. Io mi apparto nel transetto di destra, dove sono appesi quegli apparecchi a cassetta che fungono da audioguide ed espongono il passato e le opere d'arte del monumento che si sta visitando.

Infilo un euro nella fessura, spingo il pulsante “italiano”, stacco la cornetta e mi viene raccontata questa storia.

 

Nel 1450 l'architetto André Vyd, sovraintendeva ai lavori della cattedrale di Nostra Singora. Superbo e ambizioso proclamava spesso:

-La chiesa sarà la più grande del mondo. Sarei proprio contento di finirla io e di legarle il mio nome. Voglio che la torre salga a più di 200 braccia e sia come una freccia che sfidi il cielo-

Il fratello Josse Vyd, mite studioso di filosofia e teologia, contestava:

-Una torre dovrebbe essere come una preghiera che s'innalzi a gloria del Signore, non come una freccia che competa con il cielo-

I fratelli erano orfani ed erano accuditi dalla governante Marguerite. Si amavano molto nonostante i temperamenti diversi.

Una notte insonne André passeggiava per vicoli secondari. Ad un tratto vide un portone spalancato, dietro cui si scorgeva un andito illuminato, abitato da rumori. Incuriosito entrò a dare un'occhiata. Si trovò in un'officina di fabbri che lavoravano alacremente. C'era chi tirava il mantice, chi batteva il ferro sull'incudine, chi piegava listelli arroventati. Un leggero fumo ondeggiava a due spanne dal soffitto.

L'architetto s'accorse subito che nel locale c'era qualcosa di strano: gli uomini che martellavano o forgiavano avevano gli occhi sbarrati e gli sguardi assenti. André si sentì toccare la spalla. Si voltò ed ebbe davanti un vecchio avvolto in un mantello rosso aranciato, calvo con grigi ciuffi sulle tempie, con naso e mento a punta, con lunghe mani ad artiglio. Aveva una gobba arcuata come un becco di pappagallo. Gli occhi erano di un azzurro chiarissimo e gelido.

-Ti aspettavo- disse il vecchio e aggiunse: -Tu sei un uomo orgoglioso al quale io posso dare successo e gloria imperitura. Potrò donarti la facoltà di dominare gli altri uomini cosicché tu possa terminare la cattedrale e di conseguenza il tuo nome venga tramandato nei secoli-

André trasalì. Il suo sogno era a conoscenza di quel vecchio che gli offriva anche una soluzione.

-Che dovrei fare?- chiese André.

-Se vuoi il mio aiuto, torna da me tra tre giorni- disse il vecchio.

Andrè ebbe notti popolate da incubi mentre alla luce del sole meditava che se non avesse trovato la maniera per sveltire i lavori non avrebbe certo veduta terminata la sua chiesa. La terza notte l'architetto scivolò per vie deserte fino a ritrovare la bottega dei fabbri. Josse, preoccupato dal turbamento manifestato dal fratello, aveva deciso di seguirlo di nascosto. Il vecchio andò incontro ad André quasi volando, sventolando il mantello rosso che pareva riverberare delle fiamme.

-Io fabbrico delle chiavi d'oro e te ne darò una- svelò il vecchio che precisò: -Tu dovrai tenerla sempre appesa al collo, in modo che possa appoggiarsi sul cuore. Finché la chiave ti penzolerà sul cuore, avrai ogni potere sugli uomini, o meglio, sulla loro intelligenza, sulla loro coscienza, sulla loro volontà. Gli uomini ti obbediranno ciecamente e diverranno tuoi schiavi-

André guardò i fabbri istupiditi che sgobbavano indefessamente.

-Dammi la chiave- intimò André.

Il vecchio tolse dalla tasca del mantello una chiave luccicante, con rubini incastonati. La depose nel palmo aperto dell'architetto mentre Josse in quell'istante balzò fuori da dietro una colonna e gridò:

-André, restituisci a quel diabolico vecchio la sua chiave infernale. E vieni con me a pregare il Signore perché magari ci conceda di vedere compiuta la cattedrale-

Ma il vecchio sostenne:

-Tuo fratello è invidioso della tua gloria futura-

 

Una musichetta inquietante interrompe la narrazione dell'audioguida. Io alzo gli occhi e.....perbaccolina!.....lui è qui. Il vecchio pelato e dalla gobba arcuata come una roncola è qui. E' sopra di me, nel mantello rosso, raffigurato in un quadro.

Distolgo lo sgardo imbarazzato e poi lo rivolgo di nuovo al dipinto. Il vecchio stringe una chiave d'oro nella mano ossuta e mi guarda fisso con gli occhi appena azzurri. Sembra dirmi:

-Lo so che anche tu vuoi il successo e la celebrazione del tuo nome-

 

Riprende il racconto nella cornetta parlante.

La mattina seguente André andò al cantiere con la chiave sistemata sul cuore. Ben presto i muratori, gli scalpellini, i falegnami non riconobbero più il loro architetto. Il capo appariva trasformato: con occhi duri e freddi, con voce secca e tagliente, dava ordini continui, balzando sui ponti, salendo e scendendo le scale, comparendo dappertutto come indemoniato. Chi sostava a prendere fiato veniva sgridato. Chi si fermava a tergersi il sudore era redarguito. E la pausa di mezzogiorno venne dimezzata.

Nei giorni successivi gli operai assunsero un'aria sconsolata, poi distaccata, poi inanimata. Tutti lavoravano incoscienti e ad alti ritmi. André intanto gioiva: la cattedrale sarebbe stata conclusa entro un anno e il suo nome sarebbe rimbalzato da un secolo all'altro.

Chi transitava nei pressi della chiesa veniva psichicamente dominato e si univa ai lavori in corso. La potenza della chiave soggiogava chiunque e si prese a sfacchinare anche di notte, alla luce delle fiaccole.

Tutto procedeva nel delirio dell'architetto e nella tristezza del popolo. Finché Josse ebbe un'idea brillante. Mentre André dormiva, il fratello gli sfilò la chiave dalla catenina e si recò di corsa dall'orafo Hans. Chiese all'orefice di fabbricargli una chiave identica, ma il gioielliere obiettò che gli sarebbero serviti giorni per soddisfare la richiesta. Josse si appoggiò allora la chiave malefica sul cuore e in un repentino stato di schiavitù l'orafo fece gli stampi in gesso, colò l'oro fuso che, raffreddato, dette una chiave splendida come l'originale. Hans fissò alcuni rubini negli incavi presentati dal metallo.

Prima di rincasare Josse passò dalla chiesa di San Giacomo e buttò la chiave nefasta nel bacile di marmo dell'acquasanta. Si sprigionò una vampa odorosa di zolfo mentre la chiave arrugginì e si piegò sul fondo. Poi Josse raggiunse in punta di piedi la camera di Andrè e infilò la nuova chiave nella catenella.

André, pedinato da lontano da Josse, tornò al cantiere. Poiché qui nessuno muoveva un dito, l'architetto si arrabbiò urlando: -Tu prendi l'ascia e squadra le travi, tu spingi la carriola dei mattoni, tu porta i secchi lassù- Ma nessuno obbediva.

-La tua chiave non ha più forza- disse Josse e rivelò: -L'ho sostituita con una fatta da mastro Hans-

Andrè si lanciò verso il fratello che scappò. L'uno inseguiva l'altro intorno alla chiesa. Poi Josse fuggì su per la torre campanaria. Tutti e due salirono precipitosamente la tortuosa scaletta che portava alla cella delle campane. André stava per agguantare Josse quando la cattedrale fu scossa da un brivido. Pietre, legni, impalcature crollarono subito tra tonfi e nuvole di polvere.

La torre cadde e cascò anche Josse, restando imprigionato tra calcinacci e brandelli di muro. André non pensò neanche per un attimo alla sua opera grandiosa che andava in rovina. André pensò solo al fratello sepolto e cominciò a spostare freneticamente laterizi, assi spezzate, ferri incurvati. Finalmente André vide una mano che sbucava tra due travi disposte a croce. Aiutato da altri Andrè tirò fuori dalle macerie Josse. I due fratelli si abbracciarono a lungo.

 

L'audioguida propone un'altra musichetta. Io guardo in su: il vecchio c'è ancora, gobbo, con un frammento di sorriso e con gli occhi sempre di un azzurro troppo chiaro. La chiave d'oro nella sua mano dà l'impressione di gonfiare la tela del quadro, quasi a volerne uscire.

-Lo so che vuoi il successo- pare dirmi il vecchio e, visto che la chiave è così vicina, mi sembra di sentire sussurrare: -Prendi una seggiola, montaci sopra e tocca la chiave. Puoi anche estrarla e farla tua-

Aggancio la cornetta e mi allontano a passi veloci.

 

Morale della favola: adesso voi sapete perchè una delle due torri frontali della cattedrale di Anversa è incompiuta.

Poi voi sapete che potete ammirare la cattedrale, facendo un viaggio dedicato o osservandola in immagini e fotografie. E sapete anche perché, nonostante contempliate un'opera di straordinaria bellezza, non conoscete i nomi di Herman de Waghemakere, di Dominikus de Waghemakere, di Rombout Keldermans, di André Vyd, di Jan Appelmans de Boulogne, tutti architetti della cattedrale.

In più sapete che, leggendo questo racconto/articolo, avete magari goduto della narrazione o di qualche passaggio letterario. E sapete pure perché, ineffabilmente, non ricorderete il mio nome.

 

 

 


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