TESTO DI

Giuseppe Di Paolo

Se in inglese suona meglio...



Al tempo del coronavirus, "lockdown" sembra più efficace di "chiusura"

In principio fu il lockdown che ci costrinse allo smartworking per evitare di scambiarci troppi droplets. Tutti di origine anglofona le parole che hanno contrassegnato l’inizio della pandemia Corona virus. E mentre noi ci affrettavamo a complicare le cose con termini non a tutti comprensibili (pensate a vecchietti e pensionati), gli inglesi non solo non avevano adottato le misure indicate da quei verbi, ma ci prendevano pure ridicolmente presi in giro.

“Il Corona virus? Una scusa degli italiani per prolungare la loro siesta". Commentava ai primi di marzo il dottor Christian Jessen, medico e conduttore Tv di programmi popolari, utilizzando a sua volta il termine spagnolo “siesta”, magari convinto che si trattasse di parola italiana. Loro, gli inglesi, e il loro primo ministro, peldicarota Boris Johnson, avevano deciso di optare per l’immunità di gregge: più gente (almeno il 60 per cento) si infetta e più ci si rende immuni. Ma evidentemente non hanno trovato abbastanza pecore nel gregge disposte a rischiare ed hanno fatto una precipitosa e tardiva marcia indietro, chiudendo la stalla quando le pecore erano scappate, al punto che anche Johnson è stato infettato.

Dicevamo degli anglicismi: magari comprensibili, ma non sempre chiari ai più, visto che già anche l’uso dell’italiano con questa pandemia diventa confusionario. Pensiamo, per restare nella nostra lingua, alla parola “positivo”: in genere è usata con accezione di buono, valido (“è una persona positiva”), ma che oggi invece è diventato il suo esatto opposto. Una persona “positiva” al Corona virus è da evitare come la peste. Oppure pensiamo a “virale”: soprattutto con internet e i social era diventato qualcosa che piaceva e affascinava tutti, oggi come minimo è da tenere a distanza (un metro e anche più).

Con gli anglicismi non va meglio. Qui di seguito ne prendiamo in considerazione alcuni dei più ricorrenti, magari con un po’ di ironia, che in periodi complicati come questo che viviamo non guasta.

Lockdown: è di origine americana, significa letteralmente isolamento, chiusura, confinamento. E anche detenzione, infatti il termine ha origine dal gergo carcerario americano. È composta da due parole: lock (lucchetto, serratura) e down (giù, sotto). Praticamente significa “sottochiave”, che è un po’ come si è sentita messa una parte di italiani rispettosa delle regole, e che è quello che si sarebbe dovuto davvero fare con quanti queste regole non avevano nessuna intenzione di rispettarle.

Smartworking: tutti quanti si sono affrettati a tradurlo con “lavoro agile” ignorando totalmente il termine italiano “telelavoro”, forse perché troppo comprensibile. In realtà il significato letterale è “lavoro intelligente” (da smart, intelligente, e working, lavoro), ma questo poneva un problema semantico: il lavoro in ufficio è ottuso? Magari stupido? Non si sa mai, è meglio evitare tanti dubbi soprattutto quando per raggiungere l’ufficio si creano tante code (di macchine) senza nessuna testa.

Droplet: in inglese è un termine medico e indica (citiamo il dizionario) “una delle innumerevoli goccioline di secrezioni respiratorie e salivari, di diametro minimo di 5 µm (pari a un milionesimo di metro cioè un millesimo di millimetro), che vengono espulse quando si starnutisce e si tossisce. Possono coprire distanze fino a 2 m e rimangono per un breve tempo sospese nell’aria”. Ce n’è abbastanza per lasciar cadere di mano anche il vocabolario. Evidentemente il diminutivo italiano “gocciolina”, suona troppo vezzeggiativo per indicare il principale veicolo di contagio.

Party: se non fosse stato per George Clooney con la sua pubblicità “No Martini, No party”, probabilmente quasi nessuno avrebbe capito di cosa diavolo parlasse il Presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, quando, annunciando le prime timide aperture, ha detto che era possibile fare visita ai “congiunti”, ma senza party,  sottolineando più volte “i party sono vietati”. Traduzione: sono vietate le feste, con o senza George Clooney.

(PS: forse lo avevano compreso solo quelli che seguivano i gesti della signora che traduce in linguaggio per i muti).

Recovery found, recovery plan: non avremmo osato addentrarci in una terminologia economica se non fosse per quel termine, recovery, dal sapore molto medico per un italiano a corto di inglese. Qualcuno ha pensato che si trattasse di fondi o di piani per i ricoveri. In effetti recovery significa anche guarigione, ma in questo caso si tratta più semplicemente di fondi per la ripresa dell’Unione europea dopo il Corona virus. Sempre che la Germania e l’Olanda decidano di concederci un po’ di soldi per riprenderci dalle sberle della pandemia.

Triage: qui siamo veramente nel settore dei ricoveri: il termine in realtà è francese, unico tra tanti anglicismi. Lo abbiamo visto scritto all’ingresso di molti ospedali, magari sotto tende allestite dalla Protezione Civile. Mentre qualcuno cerca disperatamente il Pronto Soccorso, con qualche aiutino può scoprire che è proprio al triage che deve rivolgersi. Sempre dizionario alla mano (che magari uno in ospedale non si porta), significa “cernita, smistamento”. In sostanza bisogna rivolgersi al triage per sapere in quale reparto si è destinati. Non è facile comprenderlo: i più acculturati possono sentire magari un’assonanza con il triello finale del film Il buono, il brutto, il cattivo, i più smaliziati o quelli più suonati dal lockdown penseranno invece a qualche promiscua pratica sessuale, tipo triangolo.

 

 


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