TESTO DI

Giuseppe Di Paolo

FOTO DI

ufficio stampa Coldiretti

Perché nei campi manca manodopera



L’Italia ha dimenticato le radici agricole

A metà maggio 2020, in piena era covidica, un produttore altoatesino di vini di qualità ha noleggiato un jet privato per andare a recuperare in Romania otto lavoratrici rumene che da anni curano la potatura verde nelle sue vigne. Venti giorni dopo, il 5 giugno, all’aeroporto internazionale d’Abruzzo “Pasquale Liberi” di Pescara, alle ore 18.00 è atterrato un volo charter con 124 cittadini marocchini da impiegare come manodopera stagionale specializzata nelle aziende agricole dell’Aquila e di Mantova. Un’iniziativa,quest’ultima, resa possibile dall’intesa raggiunta da Coldiretti con le autorità del Marocco grazie alla collaborazione dell’Ambasciata italiana a Rabat.

Immaginando quello che possono costare jet privati e voli charter, è chiaro che nessuna di queste iniziative è stata presa a cuor leggero, ma si sono rese indispensabili per evitare che si fermasse l’attività in aziende produttive già duramente provate dalla pandemia.

Per la verità tutte le organizzazioni agricole italiane, Coldiretti in testa, avevano predisposto sin dai primi tempi del lockdown piattaforme informatiche per consentire ai nostri connazionali rimasti disoccupati di fare domanda per un lavoro nei campi. I risultati però non hanno dato gli esiti sperati, né nei numeri, né nelle competenze lavorative. Se molti si sono dimostrati disposti ad imparare, tanti dopo una breve esperienza hanno gettato la spugna perché il lavoro è risultato troppo pesante.

Ed è così che molti imprenditori agricoli per non perdere il raccolto hanno deciso di investire di tasca propria per portare in Italia gli stagionali stranieri con i quali da tempo hanno un rapporto fiduciario. È il caso appunto dell’imprenditore altoatesino Martin Foradori Hofstätter, titolare di una azienda vitivinicola di Termeno che, dopo aver provato italiani che si sono presto ritirati, a metà maggio ha noleggiato il jet privato dopo che le lavoratrici rumene di cui tradizionalmente si serve erano state bloccate e rimandate indietro al confine con l’Ungheria. Tutto questo nonostante la Commissione europea avesse diffuso una nota proprio per garantire gli spostamenti tra Paesi Ue della manodopera stagionale agricola.

 

Le competenze perdute

 

Il problema portato alla ribalta dal Covid-19 nasce da lontano. Settantacinque anni fa, alla fine della guerra, quasi il 60 per cento della popolazione italiana lavorava in agricoltura. Già vent’anni dopo, a metà degli anni Sessanta, la percentuale si era dimezzata. Il boom economico, con la crescita del lavoro nelle fabbriche e nel terziario, aveva assorbito manodopera a getto continuo, mentre nelle campagne la forza lavoro veniva in parte sostituita dalle macchine e in parte perduta per l’abbandono delle terre coltivate. Il trend è stato in continuo calo, anche perché il lavoro agricolo veniva sempre più considerato residuale, una specie di cimitero degli elefanti di chi non è stato capace di evolversi verso nuovi settori e nuove mansioni.

Da un lato si pensava che lo sviluppo industriale e tecnologico tendesse all’infinito, dall’altro si credeva che la materia prima agricola, dall’uva ai pomodori, dal grano alle carni per produrre gioielli del made in Italy come pelati, prosciutti, pasta e vino potesse essere importata da Paesi a basso costo del lavoro.

Si arriva così all’inizio del terzo millennio: mentre il presunto sviluppo infinito della manifattura italiana si arenava nella delocalizzazione delle attività industriali e tecnologiche all’estero, Cina e India in testa; si è scoperto che il made in Italy agroalimentare era uno dei pochi settori in grado di riempire le casse dell’export e che l’agricoltura oltre a produrre alimenti era fondamentale per difendere il suolo e tutelare l’ambiente.

Ma – come si dice – la frittata era fatta. Con la fuga dalle campagne si sono perdute molte conoscenze e competenze (in gergo moderno si direbbe know how) e, se anche tanti giovani nel frattempo sono tornati a fare gli imprenditori agricoli, è però venuta a mancare larga parte della manodopera specializzata e generica.

Arriviamo così ai giorni nostri: il Corona virus blocca a casa propria e dentro i confini nazionali la popolazione mondiale. Il tutto mentre il risveglio della primavera, che se ne infischia delle pandemie, dava il via ai grandi lavori nei campi, dalla raccolta delle prime fragole e ciliegie, ai lavori di diradamento di frutteti e vigneti. È così che l’Italia scopre di essere a corto di manodopera. Sì, perché ogni anno nei campi italiani lavorano 370 mila stagionali stranieri, che forniscono il 27% delle giornate lavorative per far “girare” il made in Italy agricolo. Si tratta soprattutto di lavoratori agricoli europei con in testa in rumeni (107.591 occupati) seguiti da polacchi (13.134) e bulgari (11.261). Anche se non mancano molti extracomunitari.

Con il Covid-19 la soluzione è sembrata semplice: sostituiamo i lavoratori stranieri con quelli italiani rimasti a casa senza lavoro. Più facile a dirsi che a farsi. Molte attività in agricoltura richiedono fatica e impegno e moltissime richiedono anche tanta esperienza e competenza. Qui torna in ballo il know how: bisogna saperci fare per raccogliere un asparago senza rovinarlo, bisogna sapere dove mettere le mani per potare una pianta di kiwi. Negli anni, dove sono venuti a mancare gli italiani sono subentrati stranieri che hanno acquisito una esperienza invidiabile, che gli italiani non hanno più.

 

 


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