TESTO E FOTO DI

Laura Carboni Prelati

Cava di fantiscritti: il marmo bianco più famoso al mondo



Il “Museo” all’aperto di Walter Danesi per ricordare il lavoro nelle cave

Millenni or sono, nel cuore delle grandi montagne Apuane, era custodita un’enorme vena di marmo bianco; era pura, intatta, perfetta. Molti secoli dopo, quella grande e splendida pietra, priva di forme, venne estratta, tagliata, squadrata, incisa e scolpita dalle mani di un grande Maestro per diventare un’opera di incommensurabile bellezza: la Pietà, l’unica scultura firmata da Michelangelo. A Carrara, tra Ravaccione e Fantiscritti, Michelangelo pare abbia trascorso tre anni per scegliere i blocchi di marmo che gli erano congeniali, con essi avrebbe creato i suoi capolavori; statue magnifiche, armoniose e talmente belle e affini alla realtà da sembrare vive.

 

Altri grandi maestri attinsero da quella cava: Leon Battista Alberti, Canova, Donatello, Bernini, eppure mai nessuno di loro elogiò a sufficienza il durissimo lavoro di coloro che offrirono anche la vita per estrarre quei pesantissimi blocchi di marmo.

 

Dai monti delle Apuane, tanti sconosciuti operai tagliarono e levigarono i marmi per le sculture più celebri della storia, così noi oggi, anche per onorare la memoria di tanti che hanno speso la loro vita in quel duro lavoro, ci siamo recati alle cave di marmo di Carrara, luogo che da oltre 2000 anni possiede la vena dei marmi bianchi più preziosi al mondo e qui, a Fantiscritti, abbiamo raccolto la testimonianza del signor Walter Danesi, figlio di un cavatore, che ci ha raccontato alcuni episodi della sua infanzia, trascorsa alla casa natale, situata vicino alle cave di marmo.  

 

“Nacqui tra queste bianche montagne, quinto di nove fratelli; la nostra, come tante, era una famiglia numerosa, umile ma molto unita”. Danesi inizia il suo affascinante racconto, ricco di aneddoti ed episodi significativi. “Ora siamo a pochi passi dal tunnel scavato nella roccia che porta ad una delle vene di marmo più famose al mondo.

 

Un tempo si arrivava qui alla cava di Fantiscritti lungo la Via dei Carri, una strada di detriti, che passava sotto i Ponti di Vara, e saliva verso la vetta costeggiata da viottoli; proprio lungo questi sentieri i cavatori, in fila indiana, raggiungevano l’entrata della cava alle prime luci dell’alba. Erano uomini giovani e forti che il lavoro aveva imbruttiti, lasciando sui volti i segni della fatica, grossi solchi, proprio come quelli che incidevano sul marmo.

 

Giunti a Fantiscritti si riposavano per una manciata di minuti e, dopo una frugale colazione, al suono della sirena, ogni squadra saliva al monte per raggiungere le cave. In uno scenario quasi irreale si potevano vedere i cavatori salire, mentre i lizzatori, al lavoro già da ore, lungo la via di lizza, scendevano con le cariche di marmo e, urlando e imprecando, si contendevano la via centrale, sinonimo di orgoglio per un buon capo-lizza”.

 

La “Lizzatura”


La maniera antica di trasportare i grandi blocchi di marmo era la “lizzatura”, metodo usato fino al 1966. La carica, ovvero il grande blocco di marmo, che pesava circa 25/30 tonnellate, veniva fatta scendere lungo le vie di lizza che avevano una pendenza del 70-80%.

 

La discesa di questi giganteschi blocchi avveniva mediante una specie di slitta che scorreva sopra travi di legno, unti e intrisi di sapone, detti “parati”. Durante la discesa i blocchi erano trattenuti da funi, prima di canapa, poi d’acciaio, a loro volta avvolte a pali corti e robusti, detti “piri”, posti ai lati delle vie di lizza. Le compagnie dei lizzatori erano formate da 14 operai ciascuna; c’era il capo ed il sottocapo e tutto il materiale che occorreva era portato a mano dagli operai. Comprendeva funi dal peso di 200Kg. l’una, le braghe, i parati, le lizze.

Tutt’attorno dominava immobile il monte, che li sovrastava e, come una madre, sembrava abbracciarli; in realtà quell’abbraccio poteva essere mortale.

 

“Il rumore ritmico del mazzuolo sulla subbia dei quadratori- prosegue Danesi - sembrava musica; si udivano le grida dei bovari, mentre passavano sotto il ponte, pungolando le povere bestie; lo sforzo di quegli animali, mentre trainavano i carri carichi di marmo, era immane. Provavo pena per loro e nello stesso tempo ero percorso da brividi di paura.

 

Di tanto in tanto nell’aria eccheggiava il boato della mina e il fischio del treno a vapore annunciava che tutto, qui a Fantiscritti, si stava animando: la vita, dopo il silenzio della notte, riprendeva in un mondo fatto di fatica e dolore.

Con mio fratello Urzio, più grande di me di due anni, mi alzavo presto dal letto e subito entrambi guardavamo fuori della finestra. L’aria fresca e frizzante del mattino entrava nelle stanze, e gli occhi andavano alla ricerca della nostra veduta preferita: i Ponti di Vara”.

Una vera cartolina, la visione dei Ponti di Vara, il classico stereotipo visivo delle cave carraresi; un’insieme di notevole effetto sia nell’assolato mezzogiorno che nella magica atmosfera notturna, quando la luna rende profonde le ombre e soffuso il chiarore delle rocce. Qui si incontrano i due storici ponti ottocenteschi (1890) della Ferrovia Marmifera, una tra le più ammirate realizzazioni dell’ingegneria ferroviaria del secolo scorso, con il ponte della rotabile ultimato negli anni ’30. La ferrovia marmifera per il trasporto a valle dei marmi, collegava i tre bacini di Torano, Miseglia e Colonnata attraverso una ardita serie di viadotti, ponti e gallerie.  

 

“Dalla nostra casa, che era situata su un piccolo colle, si vedeva la cima del monte Maggiore e Canal Grande, che si ergevano imponenti verso il cielo, mentre di fronte c’era la stazione per il carico dei marmi; intorno i depositi di sabbia detti “renari” e, a pochi metri, il ponte che collegava Fantiscritti con Ravaccione. Sotto questo ponte, attivo fino al 1929, passavano i carri trainati dai buoi. Una delle ultime cariche che vi passò sotto fu il “monolite”, il più grosso blocco di marmo mai estratto dalle viscere della montagna, fiore all’occhiello dell’escavazione apuana. Sul monolite si intrecciarono storie e leggende, come le 42 coppie di buoi che lo fecero scendere centimetro per centimetro dal cuore della montagna, ma il suo viaggio verso Roma ebbe dello straordinario, soprattutto quando si trattò di caricarlo su di una nave al porto di Livorno per scaricarlo a Civitavecchia, dopodichè venne scolpito per farne un obelisco, a ornare una bella piazza di Roma.

Abitavano qui a Fantiscritti non più di quattro famiglie, più i “capannari”(guardiani delle cave); eravamo una piccola comunità di gente semplice. Qui alle cave, la vita non era certo facile, ma bastava poco per essere felici. Noi bambini costruivamo giochi con materiale trovato all’aperto: il cerchio ricavato col filo“elicoidale”, i “rutolon”(pezzi di marmo legati con lo spago) che noi facevamo rotolare.

Ma sognavamo anche di possedere dei muli; le bestie alle cave servivano per il trasporto della sabbia con cui si segava il marmo e per noi possederli era segno di ricchezza. Anche qui a Fantiscritti, con un po’ di fantasia, si potevano avere mille cose, perfino l’acqua calda. Ricordo che mia sorella e altre donne attingevano l’acqua calda dalla locomotiva mentre faceva rifornimento. Facevamo sempre attenzione che il battere ritmico del mazzuolo non cambiasse, perché questo stava a significare il procedere regolare del lavoro. Ricordo un giorno, con mio fratello Urzio, eravamo a farci una scorpacciata di fichi, quando improvvisamente il rumore cessò. Capimmo subito che era accaduta una disgrazia: agli Scaloni due uomini stavano lavorando ma uno di loro rimase schiacciato sotto un blocco. Tutti gli uomini accorsero per cercare di salvare il malcapitato, ma i soccorsi furono inutili. Fu una scena agghiacciante, e qui alle cave, di scene così, ne vedevamo spesso. Su tutta l’intera vallata, dopo il suono del “mugnon”, calò un lugubre silenzio, le grida dello sventurato le udii nelle orecchie per giorni.

Rimasi orfano di padre nel 1932, così mia madre dovette provvedere a noi fratelli. A quel tempo per una famiglia perdere il padre significava anche fame, con la lettera maiuscola. Non c’era assicurazione per l’operaio; con la perdita del capofamiglia si perdeva ogni fonte di sostentamento, e mia madre iniziò a fare i lavori più umili. Scendeva in città al mattino presto, dove poteva trovare panni da lavare e rimediare così quei pochi soldi per comprare un pezzo di pane. Io invece andavo lungo le vie di “lizza” a raccogliere i pezzi di “parati” scartati dai lizzatori per farne legna da ardere. Quando il sole calava dietro la montagna mi sedevo ai margini della discarica che sovrastava la via dei carri, ad aspettare mia madre. Ricordo la sua figura esile, vestita di nero, salire la strada erta a testa china, ed io ed Urzio che la chiamavamo per nome, per farle compagnia e infonderle coraggio mentre saliva per i viottoli.

 

Tornando a casa le raccontavamo cos’era era successo durante la sua assenza, ma un giorno la trovammo diversa. Il suo passo lento, stanco, voleva ritardare l’incontro. Ci venne vicino con un’espressione di dolore sul viso e gli occhi chiari colmi di lacrime. Giunti a casa aprì il grembiule sul tavolo e noi restammo ammutoliti: c’erano solo bacche; le aveva raccolte lungo il cammino perché non aveva trovato panni da lavare. Le bacche quella sera avevano il sapore delle lacrime della mamma; ce le dividemmo e poi andammo a letto.

Dopo alcuni anni ci trasferimmo vicino a Carrara, cosicchè noi ragazzi iniziammo a lavorare per darle un aiuto.

 

Feci diversi mestieri, poi diventai artigiano di oggettistica in marmo, ed è qui, a Fantiscritti, che ho voluto aprire la mia attività, a questi luoghi cui sono legato da un amore profondo. Per me il marmo è vita. Col passare del tempo ho deciso di allestire un museo che parlasse del lavoro delle cave, per trasmettere a tutti quello che è stato il sacrificio umano, a testimonianza delle nostre origini, perché col tempo nulla vada perduto!”

 

Una “Cava - Museo”per ricordare il lavoro dei cavatori


Dopo aver percorso un dedalo di strade polverose, trafficate da camion carichi di blocchi di marmo, si arriva sul piazzale delle cave di Fantiscritti e qui viene spontanea una domanda. I cavatori, nel passato, quali mezzi usavano per lavorare? Walter Danesi, figlio orfano di un cavatore, che da bambino visse in questi luoghi, ha voluto raccogliere i pezzi originali, il materiale, gli attrezzi, gli oggetti, per ricostruire tutte le varie fasi e la storia dell’escavazione e per raccontare la vita di coloro che nelle cave hanno speso la propria esistenza. In un piccolo Parco-Museo all’aperto sono stati raccolti i pezzi originali che Danesi ha acquisito in anni di paziente ricerca, validi strumenti per ricostruire varie fasi e metodologie di scavo. Un lavoro faticoso e pericoloso come quello del lizzatore, colui che faceva calare dalle cave, poste in alto, su una slitta, la lizza, i blocchi di marmo, fino al punto in cui potevano essere caricati sui carri, trainati dai buoi, per il trasporto a valle. Singolare la scultura, a grandezza naturale, di Boutros Romhein; una coppia di buoi che trainano un carro, col difficile compito di trasportare il pesante marmo bianco dalle cave fino al mare.

 

 


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