Opportunità in Cina per le imprese agroalimentari



A Parma un workshop con operatori commerciali ed istituzionali organizzato dal Consorzio Italia del Gusto

Il China Business Incubator non è stato un semplice convegno sul mercato cinese, ma una concreta opportunità di business per le aziende agroalimentari presenti che hanno potuto incontrare i principali operatori commerciali ed istituzionali che operano in Cina. Gli interventi, di taglio pragmatico, hanno delineato le potenzialità, ma anche i rischi che si incontrano nel paese asiatico.

 

La Fondazione Italia Cina, rappresentata dal Presidente Cesare Romiti, dal Responsabile della Scuola di Formazione permanente Francesco Boggio Ferraris e da Thomas Rosenthal, Responsabile Sviluppo Strategico e Relazioni Esterne, hanno illustrato come il ritmo di crescita a due cifre del PIL cinese in questo ultimo decennio – le previsioni per il 2012 sono del 7-8% - abbia incrementato i rapporti commerciali con la Cina. La necessità per le imprese di prepararsi prima di entrare in questo mercato, non solo con servizi di consulenza appropriati, ma anche attraverso una formazione specifica del management con nozioni di business etiquette e background culturale, è indispensabile se non si vogliono commettere gaffe che possono anche vanificare una trattativa commerciale.

 

 

La Cina è la seconda potenza economica mondiale dopo gli USA e nell’arco del prossimo ventennio diventerà la prima. È il secondo importatore al mondo ed è importatore netto di prodotti agricoli dal 2003. Questo trend continuerà, con una crescita della domanda di generi alimentari più elevata della produzione interna, in quanto la già numerosa popolazione, in continuo aumento e con redditi crescenti, richiede una maggiore quantità di prodotti. Beni tradizionali della dieta cinese come i cereali ed i tuberi stanno lasciando strada a cibi non tradizionali come la carne e la frutta.

 

La Cina e il settore agroalimentare in cifre


  • Popolazione ca. 1,4 mld
  • Area coltivabile 122 milioni di ettari
  • Area coltivabile per lavoratore agricolo 0,4 ettari
  • Valore della produzione agricola (2008): 540 miliardi USD
  • Agricoltura/PIL (2009): 10,6%
  • Valore delle importazioni (2010): 66 miliardi

Fonte: Fondazione Italia Cina

 

I cinesi che vivono nelle città hanno redditi più elevati dei consumatori delle aree rurali e consumano di più, in particolare frutta e verdura fresca, oli e grassi. Acquistano anche beni congelati o surgelati e prodotti deperibili in quanto dispongono di frigoriferi e congelatori. I lavoratori rurali che migrano verso le città sono esposti ad alcuni prodotti specifici delle aree urbane quali snack confezionati e alimenti processati e adottano perciò nuove tipologie di consumo.

 

Il paniere di consumi cinesi, grazie anche al processo di urbanizzazione in atto, si sta modificando velocemente ed è sempre più ricettivo di nuovi prodotti di importazione.

 

Se nel 2005 per raggiungere l’80% della classe media era sufficiente essere presenti nelle sessanta città più importanti, oggi bisogna essere supportati da una rete distributiva in oltre centocinquanta città, che nel 2020 supereranno quota duecento.

 

Il numero di cinesi milionari poi è passato da poche decine ad inizio degli anni duemila ad oltre un migliaio di oggi, di cui quasi il 10% sono trentenni che hanno costruito la propria fortuna in pochi anni.

 

Nonostante il Governo cinese stia incoraggiando i consumi interni, per bilanciare il minore export dovuto alla crisi economica in atto, le vendite al dettaglio sono in crescita del 10-12% e rappresentano complessivamente il 36% del PIL.

 

È chiaro che con questi numeri l’ingresso in Cina è diventato un imperativo strategico per le nostre imprese.

 

 

 

Daniele Cobianchi, Ceo di Ogilvy, ha delineato i profili dei nuovi consumatori cinesi individuando i tre segmenti più interessanti: i giovani, la classe media e le donne, a cui si aggiungono i “prosumers”, giovani molto attivi sul web che riescono ad influenzare le scelte di acquisto della loro cerchia di amicizie. Con una comunicazione mirata si riescono ad ottenere ottimi risultati in termini di fidelizzazione (acquisto e riacquisto), notorietà del marchio e qualità percepita.

Non bisogna però tralasciare né sottovalutare i rischi e le difficoltà che si incontrano in questo Paese, che sono elencati a titolo esemplificato e non esaustivo di seguito.

 

Alcuni elementi che limitano l’export italiano in Cina


  • Difficoltà nell’individuare partner appropriati ed affidabili
  • Insufficienza dei canali distributivi
  • Burocrazia e ottenimento licenze: procedure amministrative onerose ed incerte, certificazioni complesse
  • Regolamentazione poco chiara: sistema di autorizzazioni frammentario e stratificato
  • Violazione dei diritti di proprietà intellettuale
  • Differenze linguistiche e culturali
  • Scarsa conoscenza del sistema cinese da parte delle imprese italiane
  • Protezionismo: barriere tariffarie e non-tariffarie, restrizioni sanitarie, divieti assoluti
  • Distanza geografica: problemi legati al trasporto e alla consegna
  • Corruzione
  • Vincoli/limiti nelle gestione delle risorse umane e manageriali
  • Forte legame della popolazione con le proprie tradizioni gastronomiche

Elaborazione su ricerca Fondazione Italia Cina - CeSIF

 

Anche la promozione riveste un ruolo di primaria importanza. Paolo Cuccia ha presentato quella multicanale e multimediale di Gambero Rosso, di cui è Presidente. Tra i principali obiettivi del titolato editore c’è quello di far conoscere le eccellenze italiane all’estero, organizzando eventi di degustazione e seminari d’approfondimento di forte impatto mediatico. La guida Vini d’Italia da anni tradotta in inglese e tedesco nel 2012 uscirà per il secondo anno in cinese. Sarà venduta nelle migliori librerie cinesi, presso i bookshops di aeroporti, enoteche, agli importatori e distributori del settore enologico. Inoltre sarà proposta ai membri di Wineclub ed abbonati a riviste di settore.

 

Gambero Rosso sta realizzando anche un inserto mensile dedicato al vino italiano. per il magazine cinese Wine, che è la prima e più autorevole rivista specializzata in vino della Cina rivolta ai 40 milioni di cinesi della classe media e alta, che desiderano sapere dove consumare e dove comprare il vino. I lettori della rivista sono alto spendenti, appassionati di vino e della sua cultura.

 

I prossimi appuntamenti di Gambero Rosso in Cina


Il Tre Bicchieri World Tour rappresenta il più prestigioso ciclo di eventi dedicato all’eccellenza del vino italiano nel mondo e prevede una decina di tappe annue di cui quest’anno due in Cina: il 5 novembre a Shanghai e il 7 novembre a Hong Kong. Nel 2013 invece approderà in Cina “Sua Eccellenza Italia”, l’albo d’oro del settore enogastronomico made in Italy, accompagnato da degustazioni, seminari e premiazioni.

 

Antonio Cellie, CEO di Fiere di Parma, ha mostrato alcuni dati su CIBUS, la manifestazione di riferimento dell’agroalimentare italiano, la cui prossima edizione si terrà nel 2014. Grazie al programma di incoming dedicato, la quota di buyers asiatici ospitati nelle ultime edizioni è progressivamente aumentata raggiungendo il 25% nel 2012. Inoltre ha presentato un’indagine sui mercati asiatici corredata da un focus sull’export italiano all’estero che evidenzia un vero boom dei prodotti da forno e farinacei con un incremento nel primo trimestre di quest’anno di oltre l’82% rispetto al primo trimestre del 2011 e un considerevole incremento anche per frutta e ortaggi lavorati e conservati, solo i prodotti delle industrie lattiero-casearie sembrano segnare il passo con un decremento di mezzo punto. Altri due importanti appuntamenti che vedranno protagonista Fiere di Parma sono il CIBUS Global Forum che si terrà nel quartiere fieristico emiliano il prossimo anno, come illustrato più nel dettaglio nel riquadro di seguito e il Thaifex, la fiera alimentare di riferimento per il bacino asiatico, che si terrà a Bangkok dal 22 al 26 maggio 2013, in cui CIBUS ed Anuga organizzeranno una collettiva di aziende italiane.

 

Focus sull'export italiano in Cina (export Cina 1° trimestre 2012 su 1° trimestre 2011)



Fonte: Fiere di Parma

 

L’export italiano di alimenti è un settore in continua crescita, anticiclico, che ha raggiunto nel 2011 i 30 miliardi di euro superando il settore della meccanica. Come ha evidenziato nel suo intervento, Piergiuseppe Facelli, Direttore Ufficio Rapporti Internazionali del Ministero della Salute, molto ancora si può fare considerato che in Italia sussistono alcune malattie che penalizzano l’esportazione e che i rapporti con le Istituzioni cinesi non sono fluidi.

 

Esistono regole sanitarie mondiali nel commercio degli alimenti e con l’adesione all’Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO), gli Stati - tra cui la Cina - accettano il principio generale di non frapporre barriere alla libera circolazione delle merci, fatte salve misure di ordine sanitario e fitosanitario (Accordo SPS del 1994). Le limitazioni del commercio devono essere adeguatamente legittimate, non discriminatorie e comunicate agli altri Paesi aderenti al WTO.

 

Pur essendoci la possibilità di instaurare rapporti di esportazione con un Paese terzo sulla base di soli accordi commerciali tra imprese (almeno con quei Paesi che non chiedono espressamente un coinvolgimento della nostra Autorità centrale e di quelle territoriali), la definizione di un accordo ufficiale tra Autorità competenti è sempre auspicabile.

Tutti gli accordi/certificati sanitari tra l’Italia e un Paese terzo sono disponibili sul sito del Ministero della Salute www.salute.gov.it nell’area tematica veterinaria internazionale.

 

Esiste una differenza sostanziale nel commercio mondiale tra prodotti di origine animale o composti e prodotti di origine vegetale, considerati a minor rischio dal Paese importatore e quindi spesso non soggetti ad accordi o certificati sanitari.

 

Le Autorità cinesi autorizzano gli stabilimenti di prodotti a base di carne, seme bovino ecc. solo previa visita ispettiva da parte degli esperti cinesi.

 

Unica eccezione, per ora, i prodotti lattiero-caseari settore dove sono autorizzati tutti gli stabilimenti riconosciuti idonei agli scambi intracomunitari.

 

La visita ispettiva preventiva comporta difficoltà organizzative rese più acute, oltre che dalla distanza fra i due Paesi, da una “riferita” carenza di personale cinese coinvolto in questa peculiare attività. L’Italia sta aspettando da ormai sei anni una seconda visita ispettiva da parte delle Autorità cinesi al fine di aumentare l’attuale limitato numero di impianti abilitati all’export di prodotti a base di carne suina sottoposta a trattamento termico.

 

La negoziazione procede con estrema lentezza: per ogni protocollo e/o certificato concordato le Autorità cinesi richiedono la compilazione di corposi questionari finalizzati ad avere informazioni estremamente dettagliate sul nostro sistema (organizzazione, situazione epidemiologica, controllo ed eradicazione delle malattie animali, piano residui, alimentazione animale, utilizzo di farmaci veterinari, igiene durante le fasi della macellazione degli animali e successive lavorazioni delle carni da essi ottenute).

 

La facoltà di richiedere informazioni - cosiddetti questionari - è legittima, ma una volta abilitato il sistema le successive trattative per altri prodotti dovrebbero essere in qualche modo semplificate.

Un ostacolo oggettivo è l’estrema difficoltà a reperire, anche attraverso le vie ufficiali, il testo dei provvedimenti cinesi in lingua inglese e questo è un punto di cruciale importanza. La confusione su alcune specifiche questioni (es. prodotti composti) potrebbe essere superata con la sola conoscenza dei requisiti.

 

La maggior parte dei certificati concordati prevede attestazioni che garantiscano la conformità dei prodotti a normativa cinese: ad esempio, per i prodotti a base di carne suina stagionati, bisogna attestare il mancato superamento dei livelli di farmaci, metalli pesanti fissati fra l’UE e la Cina o l’assenza di contaminazione come da norme italiane e cinesi.

 

L’Italia rispetta quanto previsto dalla legislazione comunitaria in materia di residui e criteri microbiologici ed in base al pacchetto igiene assicura che i prodotti esportati siano sottoposti agli stessi controlli previsti in area UE, ma non è in possesso di informazioni ufficiali su quanto previsto dalla Cina.

 

Ad esempio, l’Italia non può esportare prodotti avicoli in quanto considerata infetta da influenza aviaria ad alta patogenicità, nonostante dal 2006 non si siano più verificati focolai nel nostro Paese. Risulta esclusa la possibilità addirittura di esportare prodotti avicoli sottoposti a trattamenti termici in grado di distruggere il virus eventualmente presente.

 

Un esempio per tutti, il divieto di utilizzare il lisozoma come conservante e quindi l’impossibilità di esportare prodotti come il Grana Padano.

Risulta inoltre impossibile esportare in Cina prodotti suini diversi da quelli sottoposti a trattamenti quali la stagionatura di almeno 313 giorni (solo quattro macelli + trentasei prosciuttifici, tutti a filiera completa sono accreditati) o la cottura a 70°C per mezz’ora. Sono escluse sia le carni suine fresche che altri prodotti a base di carne suina diversi da quelli sopra menzionati.

 

Quanto sopra per la presenza della peste suina africana in Sardegna e della malattia vescicolare del suino in Calabria e Campania: anche in tal caso l’orientamento cinese non tiene conto delle indicazioni dell’OIE (World Organization for Animal Health) in tema di regionalizzazione. Inoltre risulta impossibile esportare riso prodotto in Italia per ragioni non chiare.

Un ulteriore ostacolo all’esportazione in Cina è dato da un eccessivo onere burocratico delle procedure attuate da AQSIQ/CNCA, la General Administration of Quality Supervision, Inspection and Quarantine e la Certification and Accreditation Administration.

 

Il mercato cinese è della massima importanza per il nostro export alimentare, soprattutto in una prospettiva futura, ma serve un maggiore coordinamento tra iniziative pubbliche e private, affinché venga recepito a tutti i livelli il concetto che gli alimenti italiani sono al massimo livello di sicurezza sanitaria.

 

Allo stesso modo è necessario pressare le Autorità cinesi verso un adeguamento agli standard sanitari internazionalmente riconosciuti superando così alcuni ostacoli e a stilare un Accordo di cooperazione economica Italia-Cina con una Commissione mista che si riunisce annualmente per affrontare le questioni economiche bilaterali.

 

Per i servizi reali all’internazionalizzazione sono intervenuti Maurizio d’Andria, Business Development Manager di SACE che ha parlato di assicurazioni sui mercati esteri e Massimo D’Aiuto, CEO di SIMEST, per quanto riguarda partecipazioni e finanziamenti fino a tre milioni di euro per uffici, infrastrutture e attività promozionali come fiere e pubblicità.

 

Per Leonardo Dini dell’Ufficio Sviluppo Internazionalizzazione Imprese Desk Cina del Gruppo Intesa Sanpaolo le aziende che vogliono operare in Cina devono avere un prodotto idoneo per quel mercato o adattato al palato cinese, ad esempio un’azienda italiana di prodotti da forno come biscotti può pensare di produrre una variante allo zenzero o al ginseng studiata appositamente per i mercati asiatici con un packaging ad hoc, che incide al 50% sulle vendite. Inoltre consiglia di invitare l’importatore/distributore cinese con cui si vuole iniziare un rapporto commerciale a visitare la propria azienda in Italia. In Cina non esiste un sistema camerale, non c’è l’obbligo di presentazione dei bilanci o di fatturazione, quindi è necessario affidarsi ad una banca presente e radicata sul territorio per avere un report finanziario sul potenziale buyer. La banca, continua Paola Barba, sempre del Desk Cina di Intesa Sanpaolo, è presente a Pechino da oltre trent’anni e negli anni ha aperto filiali ed uffici di rappresentanza ad Hong Kong, Shanghai e altre città della Cina. Nel 2005 ha creato una joint venture, la SIBAC, con Simest e Bank of China, per offrire servizi di consulenza ed assistenza alle imprese italiane, principalmente PMI, che intendono sviluppare in Cina attività industriali e commerciali, autonomamente o in partnership con operatori cinesi, specializzata nella costituzione di società italiane in Cina. Inoltre assiste operatori cinesi che sviluppano progetti ed iniziative in partnership con imprese italiane in Italia e in Cina.

 

Infine Roberto Lovato, Head of Food Department di ICE, ha spiegato come la Cina sia un Paese politicamente stabile, oltre che in crescita, ma il costo che le imprese devono sostenere per entrare nel mercato cinese è elevato ed è necessaria una dimensione aziendale appropriata. È un territorio talmente vasto che presenta climi ed abitudini alimentari molto diverse tra loro, basti pensare che a nord confina con la Siberia e a sud con paesi come Vietnam e Laos. Avvalersi di consulenti esperti e disporre già dal primo incontro di biglietti da visita in italiano/inglese da un lato e sul retro in cinese viene molto apprezzato e ben dispone l’interlocutore. Le attività che l’Istituto per il Commercio Estero porta avanti per aiutare le imprese italiane nei mercati esteri sono diverse. Un primo strumento utile è il sito www.ice.it in cui si trovano le informazioni suddivise per Paese. Un recente accordo poi con China Merchant Bank facilita le imprese italiane nell’accesso al credito da utilizzare per investimenti in Cina, ad esempio per aprire un ufficio che costa 150mila dollari all’anno. Altre attività riguardano la promozione: ICE parteciperà al Food and Hospitality China a Shanghai il prossimo novembre in cui terrà un master class di presentazione dei prodotti alimentari italiani.

 

 seguito poi il momento dei distributori che hanno illustrato le loro organizzazioni e spiegato le migliori strategie di ingresso e promozione nel mercato cinese: come Hiufan Tsang, Senior National Marketing Manager di Sinodis, uno dei principali distributori nel settore retail ed e-commerce di prodotti alimentari, presenti in cento città e con una penetrazione di mercato del 90%. In media approvano due referenze ogni trecento richieste di acquisto e non accettano quantità minime. Shelf life dei prodotti - che deve essere di almeno 9-12 mesi - e supply chain sono i principali punti critici. Il numero di container infatti provenienti dalla Cina verso l’Italia è diminuito con conseguente aumento dei costi e dei tempi di consegna. Per ovviare a questi problemi il prodotto viene importato per via aerea, come nel caso del mascarpone, oppure congelato, soluzione utilizzata ad esempio da Ferrero. Inoltre anche packaging e labelling rappresentano una questione da non sottovalutare: Hong Kong e Taiwan hanno una legislazione differente da quella cinese e quindi sono necessari due confezioni diverse per essere presenti su entrambi i mercati. Per registrare un marchio in Cina poi, una volta tradotto e presentata la relativa domanda, sono necessari dai due ai tre anni. Poter contare su una persona di fiducia in loco che controlla l’operato di importatore e punti vendita è fondamentale per verificare la corretta esecuzione dell’accordo commerciale, che dovrebbe contenere fin da subito gli aspetti relativi al marketing e alla comunicazione da attuare in loco.

 

Daniel Zhou è Managing Director di Goodwell China, società attiva dal 1993 e presente in sei settori per un totale di cento marche trattate di cui seguono l’intera supply chain. Servono 3950 outlets e dispongono di 350 concessionari nelle città secondarie. Fanno parte del loro network di vendita realtà come Carrefour, Auchan, Tesco e Metro, per citarne alcune, e riforniscono catene alberghiere come Shangri–La, Hilton e Marriot. Attenti a tutti i fattori di marketing con un approccio integrato si occupano anche della partecipazione a fiere, promozioni nel punto vendita, distribuzione di campioni omaggio, social media e sponsorizzazioni. Tra le marche italiane trattate Bauli, Citterio, De Cecco e San Benedetto.

 

Manuel J. Arce, èDirect Distribution Director Wine Specialist di CWS, sussidiaria di un gruppo francese che importa vini e liquori. Si occupano della rietichettatura delle bottiglie in loco e della vendita nel canale Ho.Re.Ca. Operano in Cina dal 2006 con propri uffici a Shanghai e Beijing, mentre nelle altre zone si avvalgono di concessionari. L’Italia è al quarto posto dopo Francia, Australia e Spagna con oltre due milioni di dollari di fatturato in Cina e le previsioni di vendita per il 2012 sono in aumento, tanto che sono alla ricerca di nuove referenze da inserire nel loro portfolio prodotti.

 

Il mercato di wine & spirit in Cina


 

Fonte Trade Comment -  IWSR Research 2012

 

Infine Patricia Spittau, Head of Import Food di METRO Cash & Carry China, ha portato testimonianza dell’importazione diretta di prodotti alimentari destinati ai canali Ho.Re.Ca. (hotel, ristoranti e bar), Trade (piccoli rivenditori e dettaglianti) e SCO (aziende ed uffici). METRO è leader internazionale nella vendita all’ingrosso self-service B2B ed è presente in Cina da oltre dieci anni con 54 punti vendita dislocati in 39 città. Ha un assortimento composto da 25 mila referenze con differenti formati e adotta un sistema di tracciabilità dei prodotti completo, dalla produzione al punto vendita. Per la filiale cinese l’Italia è il terzo fornitore di generi alimentari e i prodotti maggiormente importati sono vino, olio, caffè, cioccolato e pasta. Tra i marchi trattati Berio, Lavazza, Mutti, Paluani e Saclà.

 

Importazione di generi alimentari da parte di Metro China



Fonte Metro Group

 

Per promuovere ed incentivare la vendita dei prodotti italiani organizza insieme alle aziende fornitrici training ai propri dipendenti, degustazioni e dimostrazioni di come utilizzare e cucinare gli alimenti, una settimana riservata all’Italia durante il Food Festival nei punti vendita dedicato ai prodotti importati.

 

Due esperienze italiane in Cina sono state illustrate da Fabio Carlesi e Giovanni Pugliese, rispettivamente Segretario Generale ed Export Manager di Enoteca Italiana di Siena per quanto riguarda il vino e da Milo Bazzocchi, Former Sales Director Asia Pacific di MioEspresso, per il caffè in cialda. Due case history di successo, ma non esenti da problematiche, come il blocco di container in dogana a causa di sempre nuove richiesta di certificazioni ad ogni carico: per la zanzara tigre o sui trattamenti effettuati alle superfici dei mobiletti su cui poggiano le macchine da caffè.

 

Idee low cost per l’ingresso nel mercato cinese:
dai market test ai progetti di cooperazione


Per testare i prodotti italiani non è necessario andare in Cina. Come ha spiegato Thomas Rosenthal della Fondazione Italia – Cina, la comunità cinese, ad esempio a Milano in via Paolo Sarpi, può essere il setting di un market test per capire se un prodotto “made in Italy” incontra il gusto cinese , prima di cimentarsi in costosi progetti di export che possono non portare ai risultati sperati. Predisporre un sito in cinese diventa poi un veicolo di comunicazione privilegiato e avere un dipendente cinese in Italia facilita i rapporti con buyers e distributori in Cina. Uno strumento utile e poco oneroso sono i progetti di cooperazione, vere e proprie  partership di lungo termine per lo scambio di personale e periodi di apprendimento tra aziende italiane gemellate con altrettante aziende cinesi. Esistono progetti regionali finanziati in cui vengono selezionate due aziende per ogni Regione tra quelle che ne fanno richiesta. Anche i progetti di incoming per studenti e turisti sono interessanti in quanto potenziali “ambasciatori” dei nostri prodotti in Cina.

 

Missione economica a Hong Kong e Guangdong dal 12 al 18 novembre 2012
per le aziende dell’Emilia Romagna


La Regione Emilia-Romagna, in collaborazione con la Fondazione Italia-Cina, sta organizzando la missione a Hong Kong e Guangdong che si svolgerà dal 12 al 18 novembre 2012, con la partecipazione della Rappresentanza Ufficiale del Governo di Hong Kong presso l’UE, Invest HK, l’Hong Kong Trade Development Council, l’Istituto per il Commercio Estero e la Banca Monte dei Paschi di Siena.

 

La missione è incentrata ad instaurare rapporti di partnership commerciale tra le aziende emiliano-romagnole e le aziende locali. Ogni azienda avrà una propria agenda personalizzata di visite aziendali e si recherà direttamente presso le imprese cinesi.

 

L'evento sarà di carattere multisettoriale, con focus particolare sui settori d'eccellenza della regione Emilia-Romagna, come moda e beni di lusso, beni di consumo, agroindustria e meccanica-

 

Per ulteriori informazioni e per aderire all’iniziativa è possibile contattare:

 

Il Business Incubator: un modello creato da GEA


GEA, società di consulenza attiva dal 1965, ha creato il modello di “Business Incubator” che si compone di un “Workshop”, caratterizzato dall’aspetto pragmatico, che sviluppa gli aspetti culturali e di formazione, la comunicazione, la distribuzione e alcune case history di successo, affiancato da un “Real business availability on site”, cioè un supporto sostanziale al business attraverso i servizi reali all’internazionalizzazione e una parte dedicata ai “One di one meeting”, incontri commerciali operativi che consentono alle aziende partecipanti di iniziare una trattativa per la vendita dei propri prodotti, grazie alla predisposizione di un area servizi con desk dedicati.

 

Il Consorzio organizzatore del China Business Incubator


Italia del Gusto è un consorzio che comprende una quarantina tra le più importanti aziende italiane del settore alimentare. Si occupa di attività di marketing, promozione e comunicazione nei mercati internazionali per contribuire allo sviluppo delle esportazioni per i propri membri. Al China Business Incubator seguiranno altri incontri dedicati a mercati esteri interessanti per l’agroalimentare italiano, come Russia e Brasile. www.italiadelgusto.biz

 

La Cina come mercato di sbocco per superare la crisi? Di sicuro interesse per l’export dei prodotti agroalimentari italiani, ma non privo di “insidie” per le aziende che intendono operare in un Paese lontano dal nostro, non solo dal punto di vista geografico ed in cui prima di iniziare a raccogliere i primi frutti è necessario sostenere costi iniziali anche ingenti. Non esiste per fortuna una sola strada per entrare nel mercato cinese, ma tante possibilità di inserimento che passano dalle joint venture, ai corner nei punti vendita. Ogni azienda deve studiare la soluzione migliore.

 

 


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