TESTO DI

Enzo Spaltro

La Cittadinanza è l’arrivo al mare dell’acqua delle sorgenti.



In questo numero parliamo di cittadinanza in modo confuso, ma libero. Per cercare di capire, non per dire di avere capito. Questo concetto di cittadinanza, così strettamente connesso alla città, è un vecchio problema che va di pari passo con quello della democrazia. Compare di solito quando la gente teme un pericolo per la democrazia. Venne fuori con l’inventore della democrazia, Pericle di Atene, ai primi tentativi di realizzarla.   Viene fuori negli stati del terzo mondo che sentono la mancanza di democrazia nei loro paesi come mancanza di cittadinanza. La cittadinanza che non abbiamo, dicevano i sudamericani quando erano governati dalle dittature. La cittadinanza è un’idea forza nel nuovo Brasile degli ultimi anni. Ed è attuale oggi in Italia, dove diverse situazioni trasmettono paure sulla sorte di questo nostro bene sociale.

 

La cittadinanza ha sempre avuto una sua pendolarità, un’oscillazione di significati tra singolari e plurali. La cittadinanza ha avuto un’anima imperiale, che ha prevalso sinora. Un’anima da civis romanus sum, quella che Roma imperiale inculcò nel pensiero dei suoi cittadini. Era la cittadinanza imperiale romana su cui si basava la “pax romana”, che poi tanto pacifica non era perché era basata sulla forza delle legioni, che non perdonavano. Il civis romanus era protetto in tutte le parti dell’impero dalle sue legioni imperiali. Guai a chi toccava il civis romanus. Arrivavano le legioni e non andavano troppo per il sottile. San Paolo  che era cittadino romano, fu portato a Roma per essere processato. Nessun tribunale non romano poteva fare giustizia nei territori dell’impero romano su un cittadino romano. San Paolo non fu processato in Palestina, né a Malta dove stette molto tempo prima di esere trasferito a Roma, dove fu processato da un tribunale romano.

 

Il dilemma era sempre lo stesso. La cittadinanza era monoteista o politeista? Il che significava lo scioglimento di un antico dubbio. Si possono avere diverse cittadinanze oppure se ne può avere una sola? Non avrai altro Dio al di fuori di me, suonava il primo comandamento ebraico. Monarchia, monoteismo, monocrazia, erano spesso vincenti, rispetto ai loro opposti concetti di poliarchìa, politeismo, eccetera. Il popolo eletto, forse l’inventore del primo monoteismo, quello ebreo, ebbe un’origine  egiziana nel suo passaggio, condotto da Mosè, con la famosa fuga dall’Egitto ed il mare che inghiottì l’esercito egiziano che lo inseguiva. Freud con i suoi studi su Mosè ed il monoteismo aveva fatto questa ipotesi. Il popolo eletto non era altro che l’ala monoteista della sovranità egiziana, che allora era l’impero che dominava il mondo. Da allora è proseguito il continuo oscillare dell’idea di cittadinanza. Se ne parlò a Treviso nel giugno 2000 in un convegno intitolato “dalla partecipazione alla cittadinanza d’impresa”. E si videro due cittadinanze possibili: quella pubblica, cioè plurale, sociale, collettiva, oggettiva, oppure privata, cioè singolare, individuale, distinta, soggettiva, eccetera.

Poi arrivò il “terzo partito” della cittadinanza: quello comune, da cui comunismo. La relazione non ad una sola persona, od a molte persone, ma a tutti. Il passo diventò più lungo della gamba. Pericle inventò la democrazia ad Atene e fu criticatissimo. Era una relazione con tutti, ma la sua abbondanza le fece perdere valore nell’epoca della scarsità. Il mondo che era diviso in due, il mio ed il  resto del mondo, fu diviso in tre: quello che è mio, quello che è degli altri e quello che è in comune con altri. Quello che è di uno è il privato. Quello che è di molti è il pubblico. Quello che è di tutti è il comune. Incominciò a serpeggiare questa cittadinanza “comunista” quella che Marx dopo descrisse come “talpa” parlando di rivoluzione. La cittadinanza comunista illuse molti. E poi li deluse, facedo però fare un passo avanti all’idea di cittadinanza. Perché dimostrò che era possibile una cittadinanza comune. Anche il primo cristianesimo era comunista, perché proponeva una cittadinanza comune “altrove”.

 

In  questo numero si mostra come siano comuni non solo le risorse, ma anche i rifiuti (Sibilio). Non c’erano solo denari e potenza, come mostrò il re Creso, greco, l’inventore del denaro, preso prigioniero dal re Serse persiano e salvato dalla morte per una logica immateriale e qualitativa. I greci mostrarono una cittadinanza limitata come qualità, ma qualitativamente superiore. “Grecia capta ferum victorem coepit” dissero i romani di loro. La Grecia conquistata, conquistò il selvaggio conquistatore. Già prima avevano mostrato la superiorità qualitativa vincendo la sterminata cittadinanza quantitativa persiana. Ma non essendo monoteisti non poterono essere un popolo eletto da Dio. Più recentemente anche nel Vietnam la mancanza di cittadinanza qualitativa americana diede la vittoria alla sparuta, ma qualitativa cittadinanza vietnamita.

In questo equilibrio tra cittadinanza imperiale e cittadinanza repubblicana, tra cittadinanza pubblica e privata si inserisce la cittadinanza comune, la comunità in equilibrio. L’articolo di Calvaruso parla della precarietà dell’idea di cittadinanza, sempre alla ricerca di un equilibrio tra la persona ed il collettivo. Qualcuno nell’epoca dei lumi aveva scritto che “l’aria della città ci fa liberi” ed aveva dato così un valore positivo a questa precarietà dell’idea di cittadinanza. La cittadinanza era un’espressione, non una repressione. Ma poi aveva ripreso il sopravvento la cittadinanza imperiale, quella dei doveri e delle legioni romane, sino alla dittatura del proletariato in cui il comune era diventato solo pubblico, cioè stato ed impero. L’idea di cittadinanza prese però la sua rivincita nel mondo del lavoro, quello della creazione della ricchezza e del benessere. Tanto da far parlare di cittadinanza d’impresa. Il lavoro ha così restituito all’idea di cittadinanza la sua pluralità, la sua origine di base. Lo ricorda Cocchi nel suo articolo sul rinascimento incluso nell’idea di cittadinanza. Il lavoro è la cittadinanza comune, cioè di tutti. Ma non è la sola cittadinanza possibile. Anzi è possibile una cittadinanza anche senza lavoro. Perché il lavoro non è l’unica fonte di cittadinanza.

 

Emerge qui l’influenza delle idee olandesi di cittadinanza, quelle che nel seicento erano state espresse dal giurista Hugo de Groot e dal fisosofo Baruch de Espinoza. Ad un cittadino competono non solo doveri, ma anche diritti. Ad ogni cittadino spetta così una parte della ricchezza prodotta dalla sua comunità. Questa idea di cittadinanza “comune” ha oggi grandi conseguenze. Per esempio sul reddito che viene garantito a tutti e compone l’area comune. E sull’apprendimento che la comunità garantisce ai suoi cittadini.  Questa  numero di Psicologia e Lavoro mostra qualcuna di queste declinazioni. Senza totalizzazioni, ma randomizzando il diritto. Usando la parola latina “passim”, cioè “qua e là”. Non è il dominio che garantisce l’apprendere, perché la cittadinanza non può essere concessa, ma appresa. Infatti  oggi la cittadinanza può essere appresa. La possiamo definire così: la cittadinanza è l’arrivo al mare dell’acqua delle sorgenti.

 

 

 


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